antonio massara visual

bio

La mia data di nascita è il cinque giugno del millenovecentosessantuno. L'era dei Beatles e della televisione. Imparavo ad andare in bicicletta quando dilagarono gli Hippy.
Allora la Terra non era globalizzata e tutto sembrava più facile. 
Ho preso la strada universitaria dell'economia entrando così nella più grande narrazione del XX secolo. Studiavo economia mentre lavoravo come ragioniere. In qualche modo questa professione (che nessuno poteva immaginare fosse in via di estinzione) mi stava stretta ed ebbi la fortuna e la determinazione di passare al marketing. Innovazione di prodotto e pubblicità costruivano storie fantastiche: parole e immagini per raccontare favolose esperienze di produzione e consumo. 

Nel duemilatre cominciò la crisi: mi riusciva difficile raccontare storie a cui non prestavo nessuna fede. 
La fede in una storia, in una visione di prodotto o d'azienda, distingue il pubblicitario dall'imbonitore. Chi riesce a superare questa impasse diventa un grande uomo d'affari capace di qualunque operazione finanziaria. Io per fortuna non ero tagliato per le colossali menzogne. Così decisi di uscire dal sistema.

Fu una uscita eclatante passando in un sol giorno dalle stelle alle stalle. Non l'avevo nemmeno preparata, non avevo programmato nessun morbido atterraggio. Insomma, credo di essere precipitato. In fondo al canyon non c'era nulla, solo pietre.

Ricominciai da quello che sapevo fare, raccontare storie con le parole e le immagini.

Cominciò un periodo che speravo fosse breve ma si rivelò più lungo del previsto. In otto anni ho scritto quattro romanzi e un libro fotografico narrativo. Ho studiato e mi sono esercitato molto. Nel frattempo il mondo politico, economico e sociale cambiava struttura, senza che ce ne accorgessimo. La comunicazione reagiva all'avvento dei social aumentando la potenza di fuoco fino all'attuale bombardamento, mentre gli schermi promozionali finivano in tasca. Le storie si frammentavano, diventando serial, sequel, presequel. Gli imbonitori imperversavano mentre la curva di sviluppo e decadimento delle storie commerciali diventava sempre più veloce. Credo che fra trenta anni diranno che il duemiladodici è l'anno dello spartiacque, l'anno in cui le aziende del mondo hanno perso del tutto l'accesso diretto ai media della comunicazione ad esclusivo vantaggio delle multinazionali del web. Se qualcuno vuole davvero comunicare che fa e perchè, ha due possibilità, avere un budget multimiliardario oppure aprire la porta dell'ufficio e andare in mezzo alla gente. Il marketing è morto nel duemiladodici. Io ne sono uscito completamente nel duemilaquindici.

Nel frattempo la mia produzione artistica si moltiplicava. Nel duemilasedici ho aperto un laboratorio artigianale con l'associazione culturale di cui faccio parte, ALAB. Ma è stato un fallimento: nessuno in Italia compra fotografie. Così ho chiuso e ho ricominciato a studiare e a lavorare sulle storie.

C'era un'ultimo tratto di strada da compiere, il più difficile: la grafica. 

Creare storie con le parole e le immagini comporta necessariamente introdurre soluzioni grafiche e tipografiche. Che si lavori su carta o sul web, cambia poco. C'è molta tecnica in queste materie. C'è una storia di cinquecento anni e molta arte. Ero stato educato e formato in un mondo in cui queste capacità si compravano in un'agenzia o in uno studio grafico. Lo avevo fatto per anni. Ma adesso nessuno era in grado di darmi soluzioni per creazioni narrative del tutto innovative e diverse, in cui l'artigianalità e l'apporto manuale erano decisivi. Inoltre avevo da tempo superato il livello locale di sottigliezza creativa nella composizione delle mie opere. 

Dovevo imparare, in fretta, e fare da solo. Da questo impegno, da questi esercizi, sono nate le opere che raggruppo sotto il nome di "Manifesto".

Adesso so che il cammino è ancora lungo ma è diventato di nuovo, a sorpresa, appassionante oltre ogni previsione, e si moltiplicano le idee e le storie. Come le produzioni. Al lavoro!, quindi.

Palermo, 21 ottobre 2018