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A proposito de "La mummia di Piazza Croci"

La mummia di Piazza Croci è un libro completamente diverso dai precedenti. 

Distillato, 15 anni fa, era fatto di parole e immagini, nel senso che da una parte c'era la storia e dall'altra le fotografie e solo perchè stavano una di fronte all'altra c'era un nesso che dovevi trovare. 

the LIE, quattro anni fa, partiva invece dalle fotografie come opere d'arte, come strumento di incanto, di sorpresa, incollate su cartoncino nero, e poi c'era il testo che avvicinavo all'immagine utilizzando l'immaginifica (!) scrittura a mano.  Poi c'è stata la parentesi del progetto Eximago in cui le fotografie fisiche, le stampe, diventano storie sul web e qui la separazione tra immagine e storia letteraria è quasi totale. Sotto quest'aspetto un passo indietro, ma con questo progetto ho ripreso le fountain pen, l'inchiostro, la mano. Ho visto le parole cambiare con il tratto, ad ogni ora del giorno. Una bellezza. 

L'ultimo, Black Palermo, ha fissato il cambiamento: parole pochissime, con una struttura che era visual (un azzardo pazzesco), raccontata da simboli a inchiostro che si confondono con la struttura visiva delle immagini, a volte vicine, a volte più metaforiche. E' un libro che amo molto perchè, facendolo, mi sono liberato di una infinita serie di fesserie che avevo in testa, la prima delle quali era che non dovevo e non potevo fare g r a f i c a, qualunque cosa indichi questa parola. Per la verità l'idea di raccontare con dei simboli elementari mi venne di getto, proprio per collegare la storia, limitatissima, alle immagini, lunghissime. Nella mia immaginazione, la storia letteraria (poche righe) e la storia ad immagini sono praticamente sovrapposte, e per poter fare un ponte si vede la grafica, che sta sopra all'una e alle altre, una sorta di nuvola che collega la terra delle parole e il mare in movimento delle immagini. 

Con Black ho rotto ghiaccio, specchio e pure tavolo. 

Perchè il tavolo?

Perchè La mummia non è stato montato su un tavolo (a differenza di Black), ma sul desktop di un computer.

Il fatto è che la nuvola icon-o-grafica (di Black) si è trasformata, comprimendosi, nella ricerca della composizione visiva migliore per la composizione del testo. Quindi font, prima di tutto, composizione del paragrafo poi e, dulcis in fundo (e grande scoperta),  scrittura adattata alla dimensione visiva, cioè riscrittura del testo per abbracciare le immagini (nello spazio) in un tutt'uno.

E' difficilissimo, entusiasmante, da non dormirci la notte. Al confronto i libri "fotografici" sono roba da ragazzini (e perdonate l'ardire frutto dell'entusiasmo del neofita).

L'idea del libro nasce da un racconto, pubblicato sul web. Solo testo. 

Ma l'idea del perchè "morale" era rimasta nella mia testa. Quando ho ipotizzato di farne un libro fotografico, sono passato a pensare alle fotografie. Ho realizzato gli scatti in due giorni, ma poi li ho lasciati lì per settimane. Settimane in cui ho imparato (ho vinto la guerra contro una parte di me stesso) l'uso di InDesign, il programma di impaginazione, con l'intento di acquisire l'uso di uno strumento decisivo, una nuova cassetta degli attrezzi, potentissima, come passare da un trapano a mano ad uno moderno, di sovrapotenza insospettabile. Però, attenzione, il trapano fa solo buchi, sei tu che monti il lampadario. 

Poi ho fatto la postproduzione delle fotografie. Dopodichè pensavo di passare al tavolo di montaggio, con stampe, forbici e colla. Ho messo tutto lì sul tavolo e ho cominciato a stampare i primi paragrafi di testo (già riscritti una seconda volta) e ... niente. Non funzionava. Perchè il testo deve abbracciare lo spazio, il bianco, la fotografia, collocarsi al punto giusto e irrorare le fotografie di struttura narrativa lasciandosi bagnare dalla pioggia delle emozioni che vengono dalle immagini (e viceversa). Non era possibile usare forbici e colla. Andava fatto tutto insieme, in un continuo aggiustamento da una parte all'altra, finchè non mi dicevo "ecco, ora ci siamo".

A giorni di distanza, e forse perchè sto leggendo le lezioni di letteratura di Nabokov, sto ipotizzando che, a ben vedere, La mummia  è un'opera in cui l'affabulazione è delegata soprattutto alle parole mentre la funzione dell'incanto è fissata per lo più nelle immagini. Ma l'una e l'altra si confondono nell'impostazione grafica del testo E dell'immagine, il cui taglio e posizionamento non è mai centrale, mai allineato fino all'ultima immagine che è quella precedente al colophon, una sorta di postfazione. Il testo invece è riscritto per adeguare la propria struttura visiva in diapason con le immagini. Riscritto vuol dire che è stato riscritto almeno quindici volte, in alcune parti, dopo una prima riscrittura ad impostazione variata (l'azione è copy, la struttura è copy, la visione e l'emozione è photo).

Certo, è tutto nel mio cervello, ma spero anche che esplichi i suoi effetti nel cervello dei lettori, è questo lo scopo di fare un libro fotografico.

La mummia è la prima volta in cui tutto è visual, tutto è grafica, sta dappertutto, allo scopo di raccontare la storia, che poi si scompone in visual e copy, e che il visual è anche un po' copy e che il copy è molto visual. 

Insomma, credo di aver scoperto quello che, forse, per i bravi visual designer, è l'acqua calda. Sicuramente lo è per personaggi tipo Annamaria Testa, ma una cosa è dirlo e scriverlo, altra cosa è farlo. 

Con questo non voglio dire che La mummia sia un capolavoro, ci mancherebbe. Il fatto è che, con questa creazione, io ho raggiunto la sommità di una collinetta. Magari è uno scoglio, che ne so. Però, cavolo, ci sono arrivato. 

E si può salire ancora più su.


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