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un mese, tre parole, una rivoluzione

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La seconda edizione di Black Palermo e la realizzazione del piccolo "La mummia di Piazza Croci" hanno prodotto uno spostamento.

Black Palermo è una creazione della primavera di quest'anno ed è stato concepito e realizzato in pochissimo tempo, come frutto di un'urgenza straordinaria. Sono partito dalle fotografie e dalla loro sequenza. La storia della rana dava senso a tutto. Ma le fotografie non erano adeguate. Mancava la profondità del nero, il tratto in diminuzione rapida, insomma mancava l'essenzialità della grafica. Così ho postprodotto tutte le immagini con un contrasto estremo, allargando l'area dei neri fondi, eliminando grigi. Non sapevo che stavo facendo se non di aiutare la lettura delle immagini all'interno della storia. "Black" era tutto. 

Poi avvenne il miracolo creativo. 

Mentre guardavo per l'ennesima volta la sequenza delle immagini stampate su un solo lato, nella loro direzione destra-sinistra, nella composizione del libro, mi accorsi che per far capire, intendere, la vera essenza delle immagini, occorreva aiutare il cervello con l'esplicazione del senso grafico della sequenza. Di getto presi la parallel pen e tracciai gli ideogrammi. E continuai a tracciarli suddividendo di fatto il libro in capitoli e rendendo il tutto magico, immaginifico, leggermente surreale, criptico. Fu come la quadratura di un cerchio.

Adesso il libro era un libro fotografico, certamente, ma c'erano quegli spazi bianchi immensi in cui pulsavano gli ideogrammi. A luglio volli spiegare al pubblico che cosa davvero significassero, da dove venissero quei segni semplici eppure così emozionanti in mezzo alle fotografie. Ne venne fuori un monologo di mezz'ora assistito da pagine montate su un album di schizzi da pittore, su carta ruvida. Altro segno, ma non potevo saperlo, allora.

Poi vennero le vacanze e la famiglia. 

A settembre, dopo una splendida brevissima vacanza in Sardegna (la Sardegna non è fotografia, è grafica pura: due colori, molto bianco, spruzzate di verde qui e là), capii che Black Palermo poteva diventare una vera pubblicazione, ma c'erano tre problemi: la rilegatura giapponese, la copertina a pennello, la stampa "stabile" delle immagini. 

La rilegatura giapponese potrà essere artigianale, a mano, ma non rende la lettura occidentale nel formato portrait delle immagini che diventa landscape con gli ideogrammi. Il libro aveva un salto tra la contrapposizione portrait delle fotografie e la lettura degli ideogrammi, soli in uno spazio bianco che, a libro aperto, diventava landscape. La rilegatura annullava l'effetto landscape del formato aperto. 

La copertina a pennello era un incubo. Il pennello era un incubo. Mi sentivo incapace di rendere ciò che volevo. Ero terribilmente frustrato. 

La stampa delle foto fatta con la mia laser era instabile e si notavano vistose differenze qualitative, di dominante e di qualità generale, passando da un'immagine all'altra. 

Così mi decisi ad andare in tipografia. Questa avrebbe risolto due problemi: la rilegatura, con la spirale (che avrebbe aperto completamente il libro) e la stampa offset delle immagini, che avrebbero perso di definizione e qualità, ma ne avrebbero acquisito in coerenza. Il contraltare era che avrei dovuto realizzare le grafiche a mano, copertina compresa, sulle copie finite e montate. Ogni errore era fatale. 

Fui preso da altri problemi e passarono le settimane. 

Nel frattempo, anche in presenza di lavori a commissione, la faccenda fotografica diventava sempre meno importante, meno soddisfacente. Ho studiato sul web il mondo del libro d'artista, che esiste solo nell'occidente anglosassone e negli States in particolare. Decisi di mandare tre copie di Black Palermo a due librerie indipendenti, una di New York e l'altra a Londra e una copia ad un editore italiano di libri d'artista. Spedii il tutto a ottobre, restando senza copie di Black. Dovevo sbrigarmi a farne una seconda edizione. 

Fu relativamente facile, per la prima parte. La tipografia mi consegnò dieci esemplari del nuovo libro e cominciai al redigere le parti a mano, a inchiostro. 

Presi coraggio con la copertina. Il pennello. Decisi di utilizzare l'inchiostro argento, diversamente dalla prima, in cui lo avevo aborrito. L'argento spiccava in modo meraviglioso ed era per di più cangiante con la luce, una perfetta espressione della complessità del libro. Capii che tutto stava cambiando con una progressione impressionante. Tuttavia feci le grafiche con la parallel pen. 

Insieme a Black, avevo prodotto "La mummia .." con un progetto di InDesign. Altra conquista epocale, insieme alla produzione di alcuni Manifesti. 

Tuttavia la soddisfazione di aver spezzato l'incantesimo della grafica pura, contrariamente alle mie aspettative, durò poco. Ero soddisfatto del lavoro di grafica al computer, l'equilibrio del libro (La mummia) era splendido, sentivo di aver fatto un bel lavoro. Pensai che questo nuovo sodalizio con la grafica tipografica ed editoriale sarebbe durato a lungo. 

Mi sbagliavo. 

Per fare le copertine della seconda edizione di "Black" avevo preso il pennello in mano. Avevo visto come il colore seguiva la mente, come le setole fermavano l'intenzione, come la concentrazione fissava la forma, l'intensità, la vibrazione. 

Ricominciai con la calligrafia. 

Prima le penne. Di nuovo. 

Nel frattempo stavo anche occupandomi del Progetto Vicolo dei Corrieri, di cui avevo fatto il sito per la call. Come organizzatore, mi privai di partecipare con una foto o una grafica. Ma alla fine mi venne un'idea, tre parole:

passi

spassi

trapassi

Trovai lo spazio espositivo in una griglia, quasi a terra, dimensioni approssimate 65 cm x 65 cm o forse 70.
Era grande.
Provai con la parallel pen, ma era troppo piccola, troppo precisa. Ci voleva più espressione, più emozione. 
Presi il pennello e comincia a studiare la composizione. 
Usai l'acrilico. 
Fu uno sbaglio, ma allora non potevo saperlo. L'immagine in copertina è proprio quella della bozza per l'opera. C'è ancora un po’ di pasticcio, c'è il colore che non è adatto, c'è ancora qualcosa da fare, ma l'idea di composizione, il senso complessivo è quello. 

E' colpa di "passi, spassi, trapassi" se poi il pennello ha preso il sopravvento sulle penne e su tutto il resto.

Cominciai con  l'illusione  di fare dei manifesti con solo parole. Ma non era questo che il mio subconscio stava cercando. Usò il pennello per sorprendermi, io lo lasciai fare.

E' successo pochi giorni fa, ma sembra un secolo. 

Tutto stava esplodendo.

I fogli di carta si susseguivano, uno dopo l'altro. In breve riempii un secchio di scarti. Ma qualcosa andavo salvando. Piccole frasi. Poi il pennello mi impose le lettere, poche lettere. Il resto a penna. 
Pensai ad un progetto grande, di libro completamente a mano, con solo parole, senza immagini, tutto a inchiostro. Mi venne l'idea di "la mia Palermo, dalla a alla z". Comprai inchiostro, libri e blocchi fabriano, riscoprii la virtù della matita grossa per lo studio preliminare della grafica da eseguire poi a pennello. Continuai ad esercitarmi con questo. 

Quanto? Giorni. Ma si vede che il tempo era giunto, a mia insaputa. Qualcosa dentro di me la sapeva molto più lunga. 

Nel frattempo era evidente che l'azione del pennello era una roba zen. Cercai in libreria ripresi a leggere "Lo zen e il tiro con l'arco". Presi frasi in italiano, scovai la versione inglese e continuai a scrivere, studiando varianti a pennello. Inchiostro nero, ma anche verde e rosso, da stilografica. Esclusi il classico Shodo, io dovevo comunicare in modo emozionale per raccontare storie ed emozioni intellegibili, senza ideogrammi giapponesi che nessuno avrebbe mai capito. D'altra parte scoprii che bastava una singola lettera per comunicare l'emozione di una storia, bastavano poche parole per delinearla completamente, un foglio a4 era più che sufficiente. Minimalismo? Molto di più: essenza. 

Nel frattempo ero entrato in contatto con Eleonora, dandogli l'incarico di realizzare i miei timbri da calligrafo, una cosa che ritardavo da un paio d'anni. Finalmente avevo trovato la persona giusta. Me li consegnò per strada, sotto casa, sotto un diluvio di acqua. Se non fosse accaduto davvero avrei pensato ad una metafora I Ching. Erano stupendi. Il tampone arriverà la prossima settimana e saremo già a dicembre. 

Guardando un paio di video shodo ebbi la conferma che la cerimonia è più importante dell'opera. Inizia con la creazione dell'inchiostro da una pietra di nero fumo: l'artista usa il movimento circolare della pietra nera sulla pietra dell'inchiostro per entrare in concentrazione e stimolare il movimento circolare del braccio. Il tutto con la respirazione. 

Verificai: concentrazione, respirazione. Feci grandi spirali a matita su fogli di prova. Poi pennello, inchiostro ed esecuzione. Fantastico: avevo trovato anche la cerimonia essenziale, la danza necessaria, lo spettacolo creativo. 

Oggi, ultimo giorno di novembre, ultimo giorno di questo mese così proficuo, interessante, esplosivo ed importante, mi sono svegliato con un pensiero: ma a me, dell'alfabeto di Palermo, che mi frega? Che mi frega di questa città su cui ho scritto e fotografato sinceramente TROPPO?

Nulla. 

E ogni volta che ne parlo sono sempre lamentele, evocazioni lugubri, nero, sangue, sofferenza. 

Ma basta. 

Ogni singola lettera è invece il capoverso di una storia tutta da raccontare, ogni volta diversa, poche parole, lasciando all'emozione della grafica la capacità di esprimere tutta l'energia creativa contenuta nella narrazione. Basta con Palermo, usiamo l'

Alfa
Beto




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