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Guardare e leggere

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Il percorso artistico tra immagine e parola può essere visto come un filo per stendere la biancheria, quella sporca però.
Le magliette, le mutande e i pantaloni sono le storie. 
Pensateci.
Un capo di abbigliamento pulito  non ha molte storie da raccontare mentre uno sporco ha vissuto un universo di avventure. Quelli dei bambini sono delle favole: fango, muco, colori, sudore, polvere, peli di animale, a volte qualche goccia di sangue misto a polvere in corrispondenza delle ginocchia. Roba da eroi, se non fosse che i pantaloni sono lunghi appena una decina di centimetri. 
Torniamo all’arte. 
Raccontare una storia è arte, o perlomeno è roba da artisti.
Come fare? Da milioni di anni c’è sempre lo stesso modo. Ad un capo del filo della biancheria c’è l’immagine, immediata, sintetica, emozionale, plastica. Dall’altro lato c’è la parola. Che fluisce nel tempo descrivendo, raccontando, visualizzando a volte persino suonando e profumando. Ma c’è di mezzo una codifica, il tempo, il cervello, le esperienze vissute da ognuno di noi. 
In mezzo, da un capo all’altro del filo, c’è una moltitudine di possibilità espressive: pittura, scultura, fotografia, fumetto, grafica, calligrafia, scrittura improvvisata e da poco anche il web.
Daniele Barbieri, nel suo “guardare e leggere” sottolinea il fatto che il racconto verbale o scritto abbisogna di tempo e di respiro, di un flusso. L’immagine invece è ZAC, un istante, ti lascia senza fiato. 
Eh si. Però anche una parola fa lo stesso. Quasi.
Quando frequentai un corso di scrittura creativa, ci diedero un esercizio: scrivi il soggetto di Giulietta e Romeo.
Il soggetto è una storia supercondensata, a parole, e meno ne usi per far capire tutta la storia meglio è. 
Nel caso della famosa tragedia il soggetto migliore che ho trovato è “si amano da morire”. E’ un soggetto che ricomprende molte storie d’amore tragiche, quasi tutte quelle che finiscono con la morte degli innamorati, o almeno di uno di essi. Ce ne sono molte e se ne racconteranno di nuove per altri milioni di anni. Se prendete la programmazione di un cinema nell’ultimo anno ne potreste trovare più di una ventina, con quel soggetto lì. 
Se invece scrivo “da morire”, allora le storie diventano milioni, tutte quelle in cui qualcuno di estremamente determinato finisce col morire, che può anche non essere il protagonista. Milioni di storie in cui c’è qualcosa di così importante che la gente è disposta a morire. “Si amano” poi ha un numero straripante di storie.
Facciamo un esperimento. 
Prendiamo un foglio di carta e scriviamo “si amano”. Potremmo cominciare un romanzo. 
Oppure.
Cancelliamo la parola “si”.
Resta: amano.
Lo vedete? No?
“Amano” presuppone la portata di “essi”.
“Essi amano”.
Chi sono? Che fanno? Perchè? Dove stanno? Dove vanno?
Comincia la storia, anzi, quasi tutte le storie, perchè se non si ama dove andrà mai la storia?

In apertura un'incisione di William Blake. Ha fatto il pittore e l'incisore tutta la vita, ma noi lo ricordiamo come grande poeta. E lassù, lui, che ne pensa?


 

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