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Un popolo di terzini senza i rigori

Un popolo si misura con i numeri.
Vediamo i numeri della popolazione italiana, secondo l’istat.
In Italia ci sono 26 milioni di ultracinquantenni su una popolazione di 60,6 milioni di abitanti, il 43,4%. Quasi la metà, ci manca poco.
Gli abitanti da zero a 19 anni sono 11 milioni,  il 18% della popolazione. 
Ho scelto la soglia dei cinquanta anni perchè è l’età in cui diventa evidente il decadimento fisico, sia negli uomini che nelle donne. E siccome dicono, a ragione, che di vita ne hanno davanti, con un po’ di fortuna, altri trenta anni, gli ultracinquantenni si sforzano di reagire: palestra, cura della persona, integratori e materassi. E questo è senz’altro un bene, curano il fisico con la speranza di arrivare alla fatidica età pensionabile e godersi il meritato riposo.
Ma questo discorso riguarda il fisico. Per la mente la cosa cambia, quella non si riposa, continua a vivere e a cercare la felicità, pensione o no. La mente di un cinquantenne non è molto diversa da quella di un quarantenne o un trentenne, salvo che per una variabile fondamentale: l’esperienza. 
Quando si dice “esperienza” s'intende sempre quella “negativa”, è ovvio. Vuol dire che noi supponiamo che un ultracinquantenne sia in grado di avvisare pericoli o evitare errori in misura molto superiore ad un trentenne. Il cinquantenne ha vissuto due volte più storie di un venticinquenne e ha imparato molte più lezioni. 
Questo aspetto potenzialmente molto positivo per la vita di una comunità ha però un aspetto negativo: l’esperienza è legata al ricordo e il ricordo, in quanto tale, genera inevitabilmente una forma di nostalgia.
Certo, i ricordi aumentano con l’età e infatti un settantenne sarà molto più nostalgico di un cinquantenne.
La nostalgia si manifesta in tanti piccoli e grandi sintomi.
Per esempio, i più anziani non sopportano le code, sia perchè hanno la scusa di avere  “meno tempo per vivere” sia perchè, ai loro tempi,  hanno vissuto in una società numericamente molto inferiore: le code non c’erano. Non si desidera più la salute ma la giovinezza: se l’uomo è arrivato sulla Luna c’è da pretendere che la ricerca medica  ridoni la gioventù a un ottuagenario. Non si sopportano i giovani, sia per una malcelata invidia sia perchè, economnicamente, i giovani sono costretti a mendicare il proprio sostentamento presso i più anziani. Le pubblicità televisive sono tutte rivolte agli anziani, anche quando sembrano parlare ai giovani: è notorio che le spider le comprano i sessantenni, mica i ragazzini. E così via, si possono fare milioni di esempi. 
Tutto ciò potrebbe risolversi in un problema di costume sociale. Purtroppo non è così, ci sono conseguenze molto più gravi. 
Gli ultracinquantenni si considerano l’asse portante della società, e a buon diritto: costituiscono l’assoluta maggioranza e la propoganda politica, sociale ed economica non fa altro che osannare il loro ruolo. Sono quelli che hanno reso l’Italia la quinta potenza economica, i protagonisti dei ruggenti anni ‘80 e ‘90, quelli della ricostruzione, del boom economico e del debito pubblico. Insomma, una generazione di enorme successo, economico e sociale. Che continua a fare l’ago della bilancia anche nelle questioni di potere, basta guardare la composizione della popolazione degli aventi diritto al voto. La percentuale degli ultracinquantenni passa dal 43 al fantastico 53%, molto al di sopra del 46% della classe di età dai 21 ai 49 anni. Si è mai visto un sazio credere ad un digiuno? I giovani potranno emigrare, suicidarsi in massa, darsi alle droghe, sono e resteranno per gli anziani degli inutili mascalzoni. 
Di più.
Siccome il 38% della popolazione tra i 21 e i 49 anni sta producendo tutto e non ha tempo da perdere in chiacchiere, e siccome il 18% è ancora adolescente, il restante 43% predispone la cultura, le idee dominanti, tutte le storie. La televisione e il sistema di informazione non fa altro che continuare a portare storie a sostegno del grande e nobile ruolo degli anziani nella società. Che il 38% debba mantenere i figli e pagare le pensioni a chi gli ritorna poi parte del denaro, viene sottaciuto, dimenticato, eluso. Loro sono i padroni e loro decidono quel che si deve raccontare in giro.
Questa è una completa inversione dello spirito sociale dell’uomo, una novità assoluta da qualche milione di anni. Prima del 1980, e per tutta la storia precedente dell’umanità, sono stati i giovani a mantenere i vecchi. Li hanno rispettati, benvoluti. Spesso li hanno fatti sedere nel consiglio dei saggi. Ma sempre gli anziani spronavano i giovani a trovare il prioprio posto nel mondo e a trasformarlo, ben consci del fatto che solo il coraggio di un giovane privo di esperienza, e proprio per questo intraprendente, può produrre qualcosa di buono per la società. Certo, il rischio c’era, ma molto meglio rischiare un fallimento che accettare la stagnazione e la nostalgia. Il vecchio faceva il mentore, il vecchio saggio, come si diceva.
Pensate, con 26 milioni di ultracinquantenni, ci sarebbe un mentore a disposizione di ogni uomo o donna tra i 21 e i 49 anni, sono solo 23 milioni. Invece no, i “giovani” fanno solo cazzate e “loro” hanno fatto grande l’Italia. 
Persino nelle squadre di calcio i giocatori di maggiore esperienza vanno in difesa e difficilmente fanno gol. La nostra società gioca invece in un campionato in cui i terzini fanno fallo, ma nessuno fischia il rigore. Anzi, gli attaccanti della squadra avversaria non si avvicinano nemmeno per paura di rompere qualche fragile femore. E allora, come vogliamo vincere le partite col futuro?

Che fare?

Non si può fare niente, per molte ragioni. Innanzitutto perchè le persone che hanno potere hanno deciso, semplicemente, che è solo questione di tempo, ancora cinquanta o sessant’anni e il problema sarà risolto da solo e pazienza per quelli che nel frattempo ci sono andati fregati. Poi perchè gli orientamenti culturali di 60 milioni di persone sono quasi impossibili da modificare nel breve periodo. In terzo luogo c’è il fatto che questo abominio succede solo in Italia, nel resto d’Europa le cose sono molto diverse perchè non c’è questa fortissima disparità economica tra giovani disoccupati e anziani dalle pensioni d’oro. In ultimo, come pretendete che possa cambiare una società intrisa di nostalgia?
In Italia, come si dice, vale da sempre la Legge del Menga: chi l’ha in c… se lo tenga.