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"c'è Patrick"

Quella che vedete è una foto di scena de "Il Diavolo veste Prada", in cui Ann Hathaway (che interpreta "Andy") è al telefono col suo Gran Capo per dirgli che "c'è Patrick".

Per me "Il Diavolo veste Prada" è un cult movie. Per una parte della mia vita sono stato come Andy. Ero l'ultima ruota del carro, ma a stretto contatto con un Gran Capo, e quindi ti devi dare da fare, soprattutto a imparare, cioè a berti tutte le storie di quel particolare mondo che era quell'azienda. 

Ma questa è solo la prima ragione. Perchè la sceneggiatura e il film raccontano anche tanto altro. Per esempio, che se la tua vita affettiva e relazionale va a rotoli, vuol dire che la carriera sta prendendo il volo. Una cosa che tutti noi fortunati (!), prima o poi, sperimentiamo. 

E poi ancora, nel film si vede Andy al telefono dire al Gran Capo che "c'è Patrick" per ben quattro volte, riferendosi al quel guru della fotografia di moda che è Patrick Demarchelier (che esiste realmente, anche se nel film non si vede, a differenza di Valentino).

Per circa tre mesi questa semplice frase è stata uno di quelli che i miei figli chiamano "i tormentoni di Pà". A volte mi capita di ripetere, spesso ridendo, piccole frasi, parole o battute che mi ritornano in testa, quando meno la gente se lo aspetta. E così, in quel periodo, per dieci o anche venti volte al giorno, mentre si mangiava o cucinava o si chiacchierava in famiglia, o anche fuori, mi veniva di sorridere e dire "c'è Patrick". Uno psicologo potrebbe parlare di mania, di tic nervoso e potrei entrare nella psicopatologia della vita quotidiana di Freud.
Naturalmente mi hanno chiesto perchè ce l'avessi con quel "c'è Patrick".
Rispondevo che, con quella battuta, riflettevo sull'importanza dell'immagine e del contatto quotidiano e ossessivo tra fotografo, direttore creativo ed editor, perchè lui aveva la responsabilità di realizzare creazioni visive capaci di riempire le pagine della rivista su storie, idee e interpretazioni che provenivano dalle scelte editoriali, una cosa che qui in Italia forse si capisce solo a Milano, e tra poche persone, figuriamoci in questa landa desolata della mia città. Il fatto che non avessi nessuna intenzione di fare il fotografo di moda e che Demarchelier non figura tra i miei artisti preferiti non aveva alcuna importanza apparente. Almeno così credevo. 

Solo molti mesi dopo ho potuto capirne di più.
Innanzitutto il periodo.

"c'è Patrick" è stato il tormentone della crisi del Laboratorio di fotografo che avevo messo su. Mentre quello si rivelava un insuccesso, Patrick trabordava.  Era una forma di presa di coscienza  della realtà che si scontrava con il progetto di diventare altro: "c'è Patrick" voleva dire che QUI NON c'era Patrick, sia perchè io non ero Patrick, sia perchè, anche se lo fossi stato, qui non era New York e non c'era nessun Vogue. 

Di più. 

Che il Laboratorio potesse andare incontro ad un insuccesso era nel conto fin dall'inizio. Era un tentativo, un esperimento. Lo sapevo molto bene. Un investimento in esperienza e conoscenza in un campo che mi vedeva "amatore" nel corso di diventare "professionista". Quindi non c'era nessuna ansia vera. Dispiacere si, ma era stata una bellissima avventura, in cui ero cresciuto moltissimo, un passo necessario. Insomma, non era tutto quel dramma. Il tormentone "c'è Patrick" poteva finire in breve, invece continuò per qualche mese. Perchè?

Evidentemente c'era qualcosa che dovevo scoprire, ma ci voleva tempo per capirlo.

Siccome il Laboratorio stava per finire, stavo progettando di indirizzare la mia attività verso la comunicazione, ossia la realizzazione di immagini "come Patrick", che potessero servire a qualcuno che pagasse per quelle realizzazioni. Quindi "c'è Patrick" era la punta dell'iceberg del problema: qui non si può fare fotografia fine art ma commerciale forse si. Occorreva però cominciare a lavorare "come Patrick". Tuttavia la possibilità concreta di trovare dei clienti nella mia città, a cinquanta e passa anni, venendo da un altro mestiere, anche se fossi stato al livello di un Patrick Demarchelier,  era davvero infima. A meno che non cominciassi da qualche parte per dimostrare le potenzialità del mezzo e dell'artista, cioè tutto ciò che sapevo fare, ammesso che funzionasse. Cioè cominciare da zero, a testare me, i mezzi e i risultati (cosa che poi ho fatto, con immensa fatica e spregio del tempo prezioso). 

Insomma "c'è Patrick" era un problema insolubile, la dichiarazione di ostacoli e opportunità senza uscita apparente. E c'era, in fondo, anche il terzo aspetto di Patrick: Demarchelier è un artista forse "troppo" prestato alla comunicazione: chissà cosa avrebbe fatto girando per il deserto di Mojave. La stessa cosa, in misura infinitamente minore, poteva capitare anche a me. Peggio, anzi, perchè sarei potuto finire a realizzare immagini di bambini vestiti da carnevale per la comunicazione di un meccanico d'auto, cose che a Palermo si sono viste anche troppo, massacrando "il Patrick vero" che c'è forse da qualche parte dentro di me. 

Insomma "c'è Patrick" erano le due parole che interpretavano il dramma del fare, del lavoro, del fatturato, del gioco artistico e realizzativo e del piacere, tutto insieme nelle sue numerose sfaccettature.

Ma questo, come potete capire, l'ho compreso mesi dopo, molti mesi dopo, nel pieno della risoluzione del grande conflitto. Perchè nel frattempo, nel mio piccolissimo, sono diventato un fotografo "commerciale" e adesso c'è il problema ("c'è Patrick", di nuovo) di rifondare un'area artistica che mi liberi dai condizionamenti riempiendola di ciò che mi piace davvero. 

Chissà se Patrick Demarchelier ha mai avuto simili problemi!

Sia come sia, grazie Patrick!

antonio massaraComment