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due passi avanti

Sei mesi fa entravo in Piccola Fabrica Alab, il Lab di Ilaria Sposito. In questi giorni ne sono uscito.  

Non è un passo indietro, 
piuttosto due,
avanti.

Ho esposto in Piccola Fabrica perché volevo diventare fotografo. L’ho fatto, ma sono andato oltre. Molto oltre.

Cos’è successo? Ve lo spiego. 

 

Ho iniziato facendo le opere che avevo sognato di fare per tutta una vita. Prima un libro fotografico a tema, scritto ad inchiostro e pennino, poi le grandi stampe fotografiche, tutte visioni finalmente pari alle mie visualizzazioni. Non è stato facile come pensavo, ma ce l’ho fatta; mi sono diplomato, non con un 110 e lode ma con un proficuo 98. Il diploma me lo sono dato da me, un pò autoreferenziale, ma sono un feroce critico di me stesso. 

Nel frattempo esploravo il mio pubblico. Grandi soddisfazioni, tanti complimenti, interesse davvero vivissimo. Tuttavia le opere erano grandi, difficili da portare a casa. Poi c’erano le parole, così forti da cambiare tutto. E poi si fa presto a dire fotografo: che vuol dire? Se non esponi al Moma di New York non sei davvero un fotografo. Se non ci campi, non ci sei. Che vuol dire oggi fare il fotografo? Tutti fanno fotografia, hanno la macchina nel cellulare. Le tue visioni possono essere davvero fantastiche, e lo sono, ma non basta. Devi essere Unico. Che poi è la stessa cosa che ti chiede Alab, l’associazione: essere unico e realizzare cose uniche. 

Un libro mi ha portato la devastazione e l’illuminazione: Oliero Toscani, Dire Fare Baciare. Oliviero è un grande fotografo, ma è andato oltre, fa Comunicazione. Che cos’è la fotografia? Se non hai niente da raccontare, da dire, allora non fai niente. Nè il fotografo nè alcuna altra cosa. Niente. Ma io avevo un sacco di cose da dire, e storie da raccontare, Buon Dio, faccio anche lo scrittore! Io il "Dire" ce l'ho!

La risposta era lì, davanti ai miei occhi, in ben due esemplari, un libro fotografico fatto nel 2005 e l’altro nel 2015, ma io stavo guardando da un’altra parte. “Ma guarda un pò che pezzo di fesso che sono, faccio la stessa cosa da dieci anni e ancora non me ne sono accorto”, mi sono detto. Che ho fatto per dieci anni? Cos’ho fatto tutto il tempo? Raccontare storie, con le parole e le immagini. Le parole le avevo perfezionate, le immagini ancora no. Adesso le avevo. Sia le une che le altre.

Ho ricominciato con due piccoli libri. Il primo aveva la struttura cartotecnica di Valeria di Liber, un bel libro nero a fisarmonica, in carta per acquerello. L’ho trasformato in un racconto sulla Kalsa. Ma era "troppo", così ne ho realizzato un altro, tutto fatto da me, con la copertina dipinta di rosso.  Carta, squadrette, colla e taglierino, un vero lavoro da artigiano. Unico, vero, di parole e immagini, una storia da raccontare. 
La quadratura del cerchio. Anzi, il "Fare". 

E d’improvviso il pubblico ha risposto. Era quello che voleva da me. 

Sono diventato un fotografo, si, ma artigiano, con la carta, la colla, le fotografie, l’inchiostro e le parole. Un artista che fa libri, d’artista, appunto. Che racconta cos'è Palermo, le sue strade, la sua luce. Le persone che vivono qui. Le cose belle e quelle brutte. La vita, insomma. 

Ma adesso avevo bisogno di girare, incontrare, proporre, distribuire. Non potevo più stare ad aspettare, dentro Piccola Fabrica. Quindi fuori, un passo indietro e due avanti, come dicevo. 

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza Ilaria e Piccola Fabrica, senza Fabrizio ed Elena, senza Marcella Mannino e le sue tele, senza Pietro e Alab. Ringrazio tutti, con tutto il cuore. Forse pensano di aver fatto poco, ma non hanno la minima idea di quanto siano stati importanti, anzi, decisivi. Una vera rivoluzione, tutta dentro di me. D’altra parte lo scopo dell’associazione è proprio questo, sviluppare artigiani/artisti da uomini che non sanno quello che fanno. Non è vero Pietro? Ahahahahaha

 

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