antonio massara visual
esporre a milano 3.jpg

blog

"Una volta" di Wim Wenders - parte prima

L'ho trovato in libreria, da Feltrinelli.

Ho visto il dorso azzurro dell'edizione di Contrasto, con l'autore in grande e il titolo più piccolo, in inchiostro bianco. 

Amo l'inchiostro bianco.

Estrassi il libro dallo scaffale e guardai la copertina. 
Le edizioni di Contrasto sono molto efficaci. Perchè pur trattandosi di edizioni di grandi fotografi, di libri che trattano di fotografia, in copertina c'è una frase tratta dal libro. La frase che c'è in "Una volta" è talmente appassionante che all'istante decisi che l'avrei portato via.  

IMG_0860.JPG

 

Mi sono innamorato di Wim fotografo.

Perchè è un incredibile fotografo. 
Di più. E' un incredibile narratore con e nelle fotografie.
Forse siamo difronte ad un genio della convergenza tra immagini e parole.
Facile, direte voi, fa il regista. Eppure, secondo me, non c'entra niente. Secondo me è proprio lui che è un genio.  

"Una volta" di Contrasto è una riedizione dell'originale del 1994. Eppure è un'opera di una modernità assoluta. Pensate, è stato realizzato più di 22 anni fa, all'alba della rivoluzione del web e nonostante ciò è modernissimo. 

Ma andiamo con ordine.
Il libro inizia con una lunga intervista che Leonetta Bentivoglio gli fece a due riprese, nel 1991 e nel 1993. 
Un'ottima intervista, ma ho avuto come la sensazione che lui fosse da un'altra parte. Forse perchè le domande lo allontanavano da quello che avrebbe potuto raccontare, riportandolo su questa terra. 
Non so. Un'impressione a pelle. 

Qualche pagina ancora e si arriva al testo introduttivo scritto da lui stesso, che s'intitola 

"To shoot pictures..."

 

Non ho mai letto un testo simile sulla fotografia. In poche pagine Wenders è stato capace di dire tutto di quest'arte misteriosa, perennemente discussa. E del processo artistico del fotografo e di come la fotografia cambi mondo e fotografo. Per questo motivo ho deciso, in una piccola serie di articoli, di discutere quanto dice Wenders della fotografia, all'alba stessa dell'avvento di quella digitale. Prima di tutto perchè farà bene a me, come fotografo. E poi perchè alcuni di voi possono trovarlo utile, come lo è stato per me. 

Procederò con la citazione di alcuni brani in successione, cercando di discuterli.

la forma

Innanzitutto, guardando la prima pagina, si è sorpresi dalla forma che le parole assumono nello spazio bianco della pagina. La forma è quella della poesia, ma è prosa, e nemmeno poetica. Tuttavia è talmente intrisa di metafore e di altre  figure retoriche che si tratta di un testo "spirituale".

In effetti Wim scrive dei Kohan giapponesi.
Cos'è un Kohan? Nella tradizione del buddismo zen, il Kohan è un testo, spesso semplicissimo ma paradossale, che ha l'unico scopo di far riflettere e meditare per scoprire l'invincibile complessità dell'illusione. I Kohan non si leggono e basta. Si studiano. Studiare un testo breve e semplicissimo è la vera prova della meditazione zen. E noi, che siamo lontani parecchi parsec da questa pratica, ci proviamo con Wenders.

il titolo

"too shoot pictures ..."

Così il titolo, tra virgolette e punti di sospensione. Un'aperta negazione di tutte le regole della tipografia e della composizione di un libro. Immagino che avrà dovuto insistere con l'editor per il rispetto delle sue scelte.

Il curatore ha mantenuto l'inglese, e ha fatto benissimo: l'inglese è molto più ampio dell'italiano.

In inglese non si dice "scattare" una fotografia, banale operazione che si fa milioni di volte. Si dice "sparare un'immagine". Ma "immagine" sta, nello stesso tempo, per "fotografia, immagine, quadro, opera artistica, disegno, stampa, dipinto etc etc" cioè ogni tipo di rappresentazione visiva, dal più banale ricordo di una vacanza ad un quadro di Rothko. Perchè nel momento in cui spari una fotografia, quell'immagine è già, in potenza, ciascuna di quelle cose e tutte insieme.

Gli inglesi dicono "sparare" per l'atto del fotografo di mirare dentro la macchina la scena che vuole riprendere e dal fatto che, al momento giusto, lui tiri il grilletto. La metafora funziona bene perchè il fotografo "mira", dichiara le sue intenzioni, osserva la cosa che suscita il suo interesse e che vuole "fissare, portare via ...". L'immagine, nella cultura e lingua inglese, non è determinata dal soggetto, come in italiano, ma dall'autore che sta dietro l'obiettivo. Ecco perchè il "photographer" è un artista (anche se scatta istantanee a bordo piscina) e in italiano è un semplice schiacciatore di un tasto per la riproduzione meccanica di un'istantanea. 

La preposizione "to" può significare "per, in, nel, tra, fra ..." secondo la particolare predisposizione del lettore in quel momento. Quindi la traduzione più banale sarebbe "Per scattare fotografie" ma si potrebbe benissimo intendere anche "Tra riprendere scenari ..."

Nel complesso, quindi, "To shoot pictures ..." è come salire su un vettore Saturno V per una destinazione sconoscita in un universo parallelo. Ti lancia alla velocità di fuga da questo mondo. 

 

Wim Wenders scrive: 

“Sparare” fotografie.
Quello del fotografare è un atto nel tempo,
nel quale qualcosa
viene strappato al momento
e trasferito in una diversa forma di continuità.

In una ventina di parole, subito, in un attimo, Wenders ci lancia in una dimensione straniante. Sta dicendo che quando scattiamo strappiamo qualcosa dal suo attimo per trasferirlo in una diversa continuità?
Ma di che sta parlando?
Strappare?
Diversa continuità? 

E’ chiaro che qui il Koan ci suggerisce di guardare col terzo occhio, e ognuno ha il suo. 

Io ci vedo una concezione dello spazio/tempo che affonda la mente nell’Universo multidimensionale, lo affronta dal punto di vista del cervello, questa macchina biologica che forse essa stessa crea il tempo (e lo spazio) e quindi strappa dal fluire del multiverso un’immagine che fa propria, un atto di presa di coscienza del tempo, dello spazio e del proprio essere "qui e ora".

Ma questa è solo una mia interpretazione delle sue parole. Ce ne sarebbero infinite altre. 

Poi Wenders passa a spiegare qualcosa che, secondo me, è il nucleo centrale di quanto detto prima. Ma non il tutto. 

Si pensa sempre
che ciò che viene strappato al tempo
si trovi davanti alla macchina fotografica.
ma non è del tutto vero.
Fotografare è infatti
un atto bidirezionale:
in avanti
e all’indietro.
Certo, si procede anche “all’indietro”.
Il paragone non è poi tanto stravagante.
Come il cacciatore appoggia il suo fucile,
mira alla selvaggina davanti a lui,
preme il grilletto,
e quando parte il proiettile
viene spinto indietro dal contraccolpo,
così anche il fotografo viene risospinto
verso se stesso
premendo il dispositivo dello scatto.
Una fotografia è sempre un’immagine duplice:
mostra il suo oggetto
e - più o meno visibile -
“dietro”,
il “controscatto”:
l’immagine di colui che fotografa
al momento della ripresa.

Ricordo che ha appena detto che l’atto è NEL tempo, uno strappare.
Quindi, come il cacciatore, il fotografo spara, strappa l’immagine e rivela un’altra immagine, di sé, il “controscatto”.
M’immagino quindi che se il cervello è il creatore della freccia del tempo nell’universo, quello “sparo” mostra due immagini, quella davanti e quella dietro, perché è stato il cervello a strapparla dal continuum, e quindi rivela se stesso, nella sua complessità. 

Guardate l’attenzione con cui Wenders segnala le parole. Usa tutta la punteggiatura possibile, per farci intendere che le parole da sole non ce la fanno, dobbiamo immaginarci tutto il resto. 
Mi ricorda una storia sul Buddha che asseriva che le parole non possono in pieno esprimere tutta la complessità del mondo, essendo solo immagini fantasma della realtà. O qualcosa del genere. 

Stiamo parlando per parole chiave: immagini, scatto, strappo, tempo, controscatto, rivelare. Fra poco ne aggiungerà un'altra: ri-prendere.

Parliamo di archetipi, di simboli, di metafore. Non c’è niente a cui appigliarsi, tutto è immagine mentale. Psicologica.Infatti poche righe dopo scrive: 

Cos’è dunque il “contraccolpo” del fotografo?
Come viene percepito,
come si riproduce nell’immagine fotografata?
In tedesco c’è una parola molto significativa
per indicare questo concetto,
una parola
che conosciamo da contesti del tutto diversi:
disposizione (Einstellung).
In senso psicologico o morale
s’intende con essa sottolineare l’atteggiamento
col quale qualcuno si “dispone a qualcosa”,
ovvero si prepara a qualcosa
per poi ri-prenderla.

Quindi il sè, creatore di spazio e tempo, "prende", o ri-prende quell'immagine della continuità per se stesso e per avere il contraccolpo. La magia di un "apriti sesamo" che ri-vela proprio brani di "diversa continuità", costituendo strati di una realtà ulteriore, rivisitata, ricommentata attraverso il sè. 

Ogni “disposizione” (e quindi ogni immagine)
riflette la “disposizione” di colui
che ha “ripreso” quest’immagine.
Al contraccolpo del cacciatore
corrisponde nella fotografia
il ritratto, più o meno visibile,
di colui che fotografa.

la sua disposizione verso ciò
che gli sta davanti.
...
Mostra le cose
e il desiderio di esse

Le cose e il desiderio di esse. 

Che senso ha desiderare la ri-presa del muro squarciato i un palazzo in demolizione con il grattacielo che, splendente ma oscuro, sta difronte? E che senso ha il controscatto di questo strappo nella continuità temporale? Quel palazzo in demolizione è stato demolito da tempo, il venditore di strada è ormai nonno ed è in pensione. Uno strappo del e nel tempo che ha un controscatto nel desiderio di Wim di strappare quest'immagine e "farla propria", perchè è lì che il desiderio si mostra.

Non è un desiderio di possesso. Il possedere non avrebbe senso. Forse è il desiderio della compartecipazione: si strappa l'immagine per possederne lo strappo (nel-del tempo). Per vivere, per non morire, o morendo, esistere ora, allora. 
Per amare, anche, il tempo che ci è dato e lo spazio del creato che ci circonda, e di cui siamo com-partecipi.

Una lettura del genere avrebbe un senso per Wim? Non saprei, ma mi piacerebbe credere di si. In ogni caso mi è utile ri-prendere questa visione per ri-valutare anche le mie. 

Le conseguenze di un simile sistema di riferimento sono estreme. Ce ne parlerà lui stesso, nel prossimo articolo.