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"Una Volta" di Wim Wenders - Seconda parte.


Prima di tutto, vi devo le mie scuse: non vedrete in questo articolo nessuna delle immagini contenute nel libro. 

C'è una ragione ben precisa: molte fotografie di Wim sono estremamente emozionanti.  Ma tutte sono tanto “ annegate” nella storia narrata che, cambiandone il contesto, le avrei uccise. Non è possibile godere dell'arte di Wim, in questo libro, con le sole immagini. O tutto, o niente. Cioè, o tutta la storia, o niente. 
La stessa cosa devono aver pensato molte altre persone, perché di quelle foto, in rete, ce ne sono davvero pochissime. 
Ma tutto ciò non deve stupirci, sta nel gioco. Il suo gioco. 

Ecco.
Ogni secondo
in qualche parte del mondo
qualcuno fa uno scatto
e fissa qualcosa
perchè lui o lei, sono affascinati
...



Si strappa il momento dalla continuità perchè è affascinante per colui che scatta.
“Affascinante.” 
E' il cervello a essere rapito dal fascino del momento, è un processo cognitivo, non ha nulla a che vedere con l'oggettiva presenza della complessità reale. 

Occhio alla parola “strappo”. Quello "strappo" ha un senso prodigioso.
Si strappa qualcosa compiendo un atto di forza, anche violento, nei confronti di un oggetto completo, un’unità complessa, fornita di parti quasi indissolubili. Per questo occorre forza, determinazione.
La struttura temporale viene alterata. 
Ma non è vero che lo scatto fissa il tempo. Lo “strappo” denuncia invece quanto sia "in-arrestabile"
Le conseguenze sono straordinarie: 

Ogni foto è una rievocazione della nostra mortalità.
Ogni foto tratta della vita e della morte.
Ogni foto ha un’aria di sacralità.
Ogni foto è più dello sguardo di un uomo,
è superiore alla capacità del suo fotografo.



e quindi, dico io, c'è la conseguenza ultima, la definitiva

Ogni foto è anche un aspetto della creazione
al di fuori del tempo,
da una visuale divina.


 


Sapete, questa affermazione mi dà i brividi.
 

Ci sono tre key words: 
- Aspetto
- Fuori
- Visuale

 

Sono tanto connesse che mi piacerebbe trasformarle con una sola, per applicare una sintesi cognitiva.
Provo con “prospettiva”.
La frase diventa:

Ogni foto è anche una prospettiva della creazione
alla prospettiva del tempo
da una prospettiva divina

Il senso adesso è più “sterilizzato”, anche se scorretto dal punto di vista lessicale. Ma dà l’idea dell’unità dell’intento. 
Non è il fatto che il fotografo abbia una prospettiva divina, cioè che possa sentirsi simile a Dio. Questo aspetto non mi interessa.

Quello che mi da i brividi è che con la luce si possa voler registrare un aspetto della creazione fuori dal tempo, e quindi in "visione divina".
Forse sono un pò fantascientifico, ma si potrebbe immaginare che la luce che colpisce un oggetto e poi viene recepita dal nostro occhio abbia il potere di far collassare la Funzione d'Onda Quantistica dell'oggetto dichiarando, nello spazio e nel tempo, la sua Realtà. Senza la luce e il nostro occhio, quell'oggetto potrebbe essere qui e là, ieri o domani, con una certa probabilità.
Si, lo so, è un pò straniante e molto fantasioso. Ma supponiamo che sia abbastanza verosimile. 
Se così fosse, allora davvero la fotografia che registra proprio quella luce (chimicamente o digitalmente) dice qualcosa della creazione che diversamente sarebbe inconoscibile, persa nella continuità spazio temporale. Solo un essere che vive nel presente può "vedere" senza spazio nè tempo. La fotografia è il brano (strappato) bidimensionale della "sua visione".

Il brivido del precipitare in questa "prospettiva" mi fa capire PERCHE' la gente continua a fotografare, con tutti gli strumenti possibili. Certo, non ha consapevolezza di tutto ciò, ma in fondo sono sicuro che un brano (strappato) di questa "cosa" rimane nella sua esperienza di vita. E continua, perchè è fantastico e fonte di vertigine temporale questo "fare fotografia".
Wim conferma:

Di fatto il fotografare
(o meglio il poter fotografare)
è “troppo bello, per essere vero”.
Ma è anche altrettanto
troppo vero per essere bello.
...
Fotografare insegna l’intemperanza
o l’umiltà.


Poter fotografare è un inno alla libertà curiosa della mente, troppo bello per essere vero. 
Non è "vero". 
Perchè ci siamo anche noi, che fotografiamo, in quello che riprendiamo. E' un universo collassato insieme a noi. Non è "lui" da solo, ci siamo anche noi, dietro la macchina. Per questo non può essere  "vero" sul serio. Per esserlo ci vorrebbe l'immagine contemporanea del tutto nell'istante in cui scattiamo, compresi noi stessi che premiamo il pulsante.

Una visione da Dio.

La foto quindi ne “strappa” una parte. 

Per questo scattare è un'espressione di intemperanza che può sfociare nell'umiltà. Come consapevolezza, appunto, del troppo vero per essere bello. 

Spesso mi capita di andare a caccia del bello del mondo. Ma è troppo complesso. Troppo crudo, troppo confuso. E' "troppo vero per essere davvero bello. "
Qualunque tramonto, qualunque panorama, nudo, still life, che sia bello fotograficamente, è sempre troppo vero per essere davvero pienamente bello. E più lo osserviamo più cresce l'umiltà a danno dell’intemperanza.
Ci vuole un attimo di consapevolezza e di attenzione, di fermarsi un attimo, di “vedere” davvero (nel senso Le Corbusiano) ma il processo è quello. 

Credo che con queste poche parole, Wim abbia detto tutto ciò che è possibile dire sulla Fotografia.
L'ha nobilitata ad attività umana superiore e anche a processo di crescita interiore simile alla "via di mezzo" buddista. 
Com'è ovvio, le decine di fotografie dei vari episodi di "Una Volta" sono appunto istanti di intemperanza sfociati nell'umiltà del fotografo.


Storie, senza tempo, di un uomo senza limiti di spazio. 

Grazie, Wim.