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Vivian Maier: il perché dell'armadio

 

Vivian Maier è diventata “il caso” della fotografia contemporanea. Nata nel 1926 e morta nel 2009 del tutto sconosciuta e povera, ha lasciato un armadio pieno di negativi fotografici in gran parte ancora da sviluppare. 
Oggi fioccano le mostre e c’è anche un documentario, bellissimo. 

Merito suo, certo, ma anche di chi l’ha scoperta. Perchè stampe non ce n’erano, solo negativi, migliaia di negativi. D’altra parte, sono convinto, il suo caso poteva esplodere solo in un’epoca come la nostra, alla spasmodica ricerca dell’identità, della propria e di quella altrui. Per questo la sua storia affascina.
Se l’interesse per le sue immagini è anche storico poiché le foto documentano gli anni ’50 e ’60, appena guardate una delle sue visioni, vi accorgete che c’è tanta di quella ironia, c’è tanta di quella composizione “istantanea e quadrata” che le sue visioni sono davvero profonde, al di là della documentazione, del reportage e della documentazione storica. Le sue immagini emozionano: era una grande fotografa. 

E a me, infatti, interessa la fotografia, la fotografia di una bambinaia. 

Questo fu Vivian Maier in tutta la sua vita. Una bambinaia e una donna di servizio, tra New York e Chicago. Non aveva parenti e poteva spendere tutti i soldi che guadagnava in due cose: la fotografia e i viaggi. Si trattava bene sia nel primo che nel secondo caso, quando poteva: Leica, Rolleiflex, Zeiss; Sudamerica, Europa, Canada. 
Adesso sul sito interner ufficiale di Vivian Maier c’è scritto che era una street photographer. La cosa mi fa ridere e sono sicuro che anche lei si farebbe una bella risata, con la bocca aperta, come le grasse signore che ha ritratto per la strada. La stessa risata che si farebbe, oggi, Van Gogh. 
Non è il primo caso, non sarà l’ultimo. Ma non voglio parlare di questo.

A me interessa la fotografia.
Anzi, più precisamente mi interessa perchè una bambinaia ha continuato a scattare, a rilasciare la molla dell’otturatore per riprendere le sue visioni, passeggiando per le strade, anche se non stampava le immagini, anche se non sviluppava i negativi. E mi figuro anche che, sviluppandosi lei i negativi, non li facesse stampare. Non serviva, forse? Perchè?

Siccome a me interessa la fotografia, mi affascina capire perchè si è portata appresso l’armadio in cui teneva i negativi, e per tutti i traslochi che ha fatto. Perchè sperava di sviluppare tutte le pellicole? O un giorno di poterle stampare? Impossibile, era chiaro per chiunque. E non venite a dirmi che è stato per lasciare una testimonianza. L’armadio le è stato sequestrato per una storia di debiti, senza neanche aprirlo. Era ancora viva quando è successo? E se si, come si sarà sentita?

Questi “perchè” devono per forza essere il rivelatore universale della sua fotografia, l’Agfa Rodinal della lettura della sua … arte? Ma era davvero arte? Ma non è possibile! Arte è quella compiuta che si mostra per comunicare una storia, un messaggio. Lei le pellicole esposte le teneva per sè, nell’armadio. E allora non possiamo parlare di artea possiamo fare ipotesi del perchè scattasse fotografie.
Io credo che non sia una domanda priva di senso, una roba da appassionati o critici. Niente affatto. 
E’ una questione fondamentale: dal lato fotografico e da quello umano. E proprio perchè la storia è così emozionante e intensa, certamente di tutti e due.

Immaginiamo la scena.

E’ sabato pomeriggio, i bambini sono al parco con i genitori e lei è libera fino alla domenica sera. Potrebbe andare al cinema, sedersi in un bar ben truccata e attirare uomini. Potrebbe andare a ballare, a divertirsi. Invece prende una decina di rulli 120 ed esce: notte, giorno, poco importa. Dalle sue foto con la Rolleiflex sappiamo che rubava gli scatti con la macchina a livello dell’ombelico, mettendo a fuoco a occhio. Gente di tutti i tipi; gli strani, i ricchi, i poveri, prime al cinema con gli attori, gente che fa la spesa, animali e scene urbane. E forse, più in là negli anni, immagini astratte, colori, forme. Via gli esseri umani, guardava il mondo. 
Sul sito hanno pubblicato anche alcuni “contact sheet” di viaggio. Scene classiche, da attenta fotografa. Ma ci sono anche curiosità. Per esempio c’è uno scatto del quarto posteriore di un cavallo in primo piano, sullo sfondo delle piramidi. Secondo voi è un errore? Macchè. Una che scattava come lei non faceva errori simili. Lei ha scattato il culo del cavallo davanti alle piramidi, altro che storie!

Quello scatto è precisamente quella che chiamo “visione”. Potete anche chiamarla “visualizzazione”. E’ la ripresa di una scena che vibra con un sentimento: ironia, sorriso beffardo, giudizio, empatia, compassione, odio e amore. Sono briciole di spazio-tempo entrato in risonanza con una mente, un’anima, uno spirito. Lei scattava. Lei sapeva benissimo che la pellicola può solo registrare la luce, ma premendo lo scatto anche la sua mente registrava la “visione” per sempre, come la pellicola. Anzi, più della pellicola, perchè insieme alla luce nella mente compariva anche il sentimento, l’anima e lo spirito. 
Questo è un scattare un’istantanea per ricordo? No, molto di più. E’ qualcosa che si avvicina alla individuazione mentale di un istante dello spazio tempo che vale una vita. Infatti lei non stampava, e se lo faceva si è poi liberata delle stampe. 
Perchè?

Un’ipotesi si può fare. 
Tutti quelli che sviluppano le pellicole in bianco e nero, molto presto acquisiscono la capacità di “leggere” direttamente il negativo. Quello 6x6 della Rolleiflex è grande quasi quanto uno smartphone e tirando fuori la pellicola dal tank il fotografo rivive la visualizzazione, anche se guarda solo un’immagine invertita. A me succede, e sono sicuro che succeda a tutti. E allora la risposta al perchè potrebbe essere che siccome si fotografa PER la propria mente e la propria anima, non serve sviluppare e stampare, serve scattare, perchè scattando si testimonia la risonanza della propria mente, anima e spirito con lo spazio-tempo della propria vita. 

Lo scatto di Vivian Maier quindi, come dicono altrove molti grandi fotografi, parla a lei di se stessa, della mente-anima-spirito per affermare, senza ombra di dubbio (perchè c’è la fotografia) di aver visto, profondamente, con tutta se stessa, quindi di essere entrata in empatia col mondo. 

In due parole testimoniano il fatto di aver vissuto. 

“Aver vissuto”. 

Di aver avuto il coraggio di vivere, di viaggiare, vedere, di amare i ragazzi che accudiva, forse il coraggio di non amare altro o altri, il coraggio di vedere, sentire, giudicare, compatire. Una testimonianza interiore, realizzata attraverso lo scatto di un otturatore che permette alla pellicola di impressionarsi, come la mente, che rimane impressionata in ugual misura. Potrà forse ricordare, forse no, ma non ha importanza: l’anima ha comunque testimoniato. Se davvero fosse così, allora è possibile che gli scatti e quindi la vita di Vivian Maier assomiglino ad un Koan Zen, una storia brevissima (una bambinaia ha conservato in un armadio migliaia di magnifici scatti non sviluppati) che devi meditare, la devi scomporre e ricomporre, sfaccettare, portare avanti e indietro, visualizzarne le più profonde conseguenze. 

Allora il fatto si sposta: perchè era così importante per l’anima di V.M. testimoniare la propria vita? 

Il suo mondo era il suo lavoro, la casa, la casa dei bambini. Ma c’era l’altro. Quello in cui tutti vogliono possedere, comandare, rubare. Lei lo osservava per farne parte, con la Rolleiflex sulla pancia, per digerirlo e testimoniarlo. E senza lo “scatto” nella sua vita non avrebbe mai potuto dire di aver avuto il coraggio di vivere ANCHE in quel mondo. La macchina fotografica era lo strumento della testimonianza. Non serviva a fare grandi immagini, partecipare a concorsi e fare mostre. Non gli importava un accidenti di quello. Serviva a dimostrare a se stessa e all’universo, che lei aveva vissuto, aveva avuto il coraggio di entrare in empatia col mondo senza giudicarlo. Al  massimo si concedeva un sorriso. 

Ma se questa ipotesi è plausibile, allora dovremmo dire che Vivian Maier ha fatto della sua vita un’opera d’arte, al pari dei santi e dei bodhisattva. E questo, anche da solo, è un messaggio straordinario! Può una bambinaia fare della propria vita un’opera d’arte come Van Gogh, Sant’Agostino e Ikkyu? E perchè no?

Se quest’ipotesi sul perchè Vivian Maier continuasse a riempire i suoi armadi di pellicole esposte ha un briciolo di verosimiglianza, allora dire che fosse una fotografa, o che sia oggi una fotografa, significa maledire i milioni di persone creative che sono condannate ad esercitare il loro vero mestiere solo la domenica, nello sforzo supremo di dimostrare che sono vivi e impegnati a fare della propria vita un’opera d’arte. Certamente con risultati inferiori. Così come significa maledire gente come Galileo, che si guadagnava pane e prosciutto con gli oroscopi e rischiava il collo per la scienza. 

Visionari, cercatori, santi, pazzi e bambini non sono mai stati questo o quello, ma tutto insieme, quando sono stati grandi. E la maggior parte si è portato nella tomba il proprio armadio di scatti non sviluppati. 

In definitiva la scoperta di Vivian Maier (che dobbiamo intendere come il classico caso-non-caso)  trova il suo senso proprio in questo messaggio: amate i vostri armadi e continuate a riempirli di pellicola.

ps: evitate il digitale, si cancella. 

 

 

 

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