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Il progetto per un nuovo professionista dell'immagine.

Se hai letto il post “fare il fotografo” avrai capito che sono un fotografo analogico che si occupa di street and landscape photography, di location a forte impatto storico e culturale e di still life.  
Creo immagini. E uso anche le parole.  

L’immagine, a sentire Flusser, ha una intrinseca capacità magica significante. Per l’uomo è sempre stata fondamentale. Nel medioevo, il pittore dell’affresco di una chiesa forniva probabilmente l’unica immagine che un uomo del suo paese potesse vedere, con un’impatto straordinario sulla sua vita.  
L’avvento della televisione prima e del web dopo ci ha proiettato in un mondo in cui siamo talmente bombardati da immagini che la loro magia si è persa. In un mondo di immagini, la magia del significante non c’è più, o quasi. 
A meno che. 
A meno che non si costringa l’uomo a “osservare consapevolmente” (Flusser lo chiama “scanning”). 
Che voglio dire? 
Se guardiamo la cronologia della nostra pagina Facebook ci sono almeno una trentina di immagini prive di magia. Le scorriamo senza emozione.  
Se invece andiamo alla mostra di Escher le osserviamo, in silenzio, rapiti.  
Certo, Escher è Escher.  Un genio assoluto. Ma mettete l’immagine di una sua stampa su internet e la magia scompare. Mettetelo in televisione e ascolterete un esperto d’arte che sproloquia. Lo stesso accade con la Nike di Samotracia e la Gioconda.  
La differenza sostanziale è nell’atto di “osservare consapevolmente”, sapendo che lì c’è un messaggio, un significante, che potrebbe avere un valore immenso per la nostra vita. Cerchiamo questi momenti, queste esperienze. Magari non tutti, non sempre, ma l’esigenza c’è. E vi prego non dite che “il mezzo comunica”, anche quella visione del mondo è ormai tramontata. Sto parlando di rumore, di confusione. Di brusio tanto confuso che il significante, qualunque significante, si è perso. E se il significante si è perso, l’immagine non è più un’immagine, è del tutto inutile. Foss’anche la Gioconda.  

Certo, potete ascoltare quelli che dicono che sui social media ci si può fare un nome.  
Non credo. O almeno non ci credo più.  
Forse poteva accadere quando in Pinterest c’erano 100.000 persone, non più quando ci sono più fotografi che bambini nel mondo.  
Forse poteva accadere fino a quando Facebook era davvero la cronologia dei contenuti prodotti dai vostri “amici”, non più quando è lui a decidere cosa dovete vedere. E’ cambiato tutto nel giro di poco tempo. Pochissimo. Mesi, addirittura. E la quotazione di Twitter scende. E Facebook non cresce più.  

Che fare? 
La risposta che mi sono dato è: dare alla gente l’opportunità di una “visione consapevole”.  
Sei lì, davanti ad un’immagine grande, stampata su carta, esposta alla luce, con una musica di sottofondo. Guarda, guardati: ci sei dentro tu.  

Dopo aver pensato questa cosa, mi sono dato del visionario.  
Avevo bisogno di conferme. 

La prima è stata che le mostre d’arte e d’arte fotografica crescono in ampiezza, numero e frequenza. Non tanto in Italia quanto nel mondo. Le fiere di fotografia sono sempre frequentate e il mercato on line d’arte si sta espandendo a due cifre, anno dopo anno.  
C’è un’unica cosa che può rispondere a questi fatti: cresce la domanda di “visione consapevole”. E ciò prima di ogni questione relativa al mercato dell’arte e alla finanza in cerca di sicurezze.  
Il mercato on line, nel mondo anglosassone, ha visto l’entrata di nuove categorie di consumatori, i trentenni e i ventenni, che hanno dimestichezza col mezzo e colgono occasioni per entrare in possesso di “pezzi” dal costo basso e dal significante grandissimo.  
Insomma le cose stanno cambiando.  
Forse. 
Vale la pena di rischiare? 
Mi sono risposto di si.  

Che fare? 
Esporre, ovviamente. 
Tutti gli artisti “visivi” vorrebbero esporre, magari per ragioni meno nobili del fornire “visione consapevole”. La domanda è strabocchevole e le gallerie sempre più selettive, e giustamente. 
E poi chissà quanto tempo, denaro e investimento emotivo ci vorrebbe. E se poi non funziona? Non si possono passare cinque anni per capire se la tua visione vale la pena di una “visione consapevole” da parte del pubblico. E perchè poi fidarsi di tutte le Gallerie? Ci sono dinosauri anche lì, come dappertutto. E conosco benissimo lo sguardo di un artista d’accademia quando gli spiego il mio progetto: untuosa compassione con la spada laser su “on”.  

Mentre queste riflessioni si condensavano nell’alambicco del mio cervello, camminavo  e fotografavo alla Kalsa.  
Qui il numero di turisti è in crescita ed è già grande.  
Anglosassoni, tanti, in cerca di emozioni cuturali, in cerca di musei, di gallerie. Cosa fanno questi milioni di turisti, tutti i giorni? Semplice, vanno a caccia di "visioni consapevoli". Di vivere tanto intensamente questo buco spaziotemporale che chiamiamo Centro Storico, attraverso la visione consapevole, da riportali indietro di cinquecento o mille anni. Cercano Viaggi nel Tempo indotti da "visioni consapevoli".  
Quanti sono quelli con lo smartphone in mano?  
Non so due anni fa, ma oggi vi posso dire che nessuno ha lo smartphone in mano. Hanno tutti una guida o una cartina. 
Di carta. 

Si può pensare che il perchè stia nella difficoltà del wifi free e nel digital divide. Lo pensavo anch’io. Ma non è così. Lo smartphone ti obbliga a guardare “lui”, ti distrae dalla visione consapevole, ti impedisce di entrare nella macchina del tempo. La carta invece ti dice poco, l’essenziale. Ti dice dov’è lo “stargate” ma poi devi usare i tuoi occhi e la tua mente. Devi perderti nella scena, nelle immagini: la visione consapevole non è possibile nello schermetto di uno smartphone che invece va benissimo per perdersi nel chicchiericcio di Facebook.   

Di conseguenza c’è, latente, una domanda di immagini sintetiche delle visioni consapevoli che ogni turista ha nella sua visita. C’è una domanda, latente, di immagini bisimensionali su carta da portare a casa per rientrare ogni giorno, ogni istante, nello stargate per cercare di rispondere all’eterna domanda: chi sono e che ci faccio qui. Attraverso la storia rivissuta e le scene vissute.  
C’è di conseguenza, latente, una domanda di immagini tecniche, sufficientemente magiche, capaci di riprodurre lo “stargate” della Kalsa, del Centro Storico e di tutti i landscape con questa capacità. 
C’è quindi una domanda, latente, di fotografi, artisti e professionisti, che creino questi benedetti “stargate". 
Ed è quello che mi sono proposto di fare.  

Tuttavia fare un investimento su una domanda latente è una cosa prossima al suicidio economico, a meno che non hai capitali illimitati. E io non li ho. Quindi devo procedere passo passo, piccolo passo per piccolo passo.  
E' noto come in Italia iniziare una nuova attività economica rischiosa sia un suicidio. Vieni subito bombardato da una serie di tasse, di adempimenti burocratici e lungaggini che ti impediscono, in sostanza, di fare qualsiasi cosa ed esauriscono in breve anche una robusta pazienza oltre ad azzerare qualunque budget limitato. Poi ho scoperto che l’unica speranza di venirne a capo è ALAB. 

Alab è L’Associazione dei Liberi Artigiani/Artisti di Balarm, l’antico nome di Palermo.  
E’ un’associazione nata nel 2009 alla Kalsa e consente agli artigiani di associarsi come associazione culturale e quindi di poter iniziare a lavorare incassando, in ogni laboratorio, i contributi associativi di coloro che beneficiano della produzione artistica o artigianale dei soci.  
La libertà d’espressione e dell’uso di tecniche è assoluta, garantita dal suo storico presidente, Pietro Muratore.  
Ogni oggetto prodotto è unico, manufatto e non è possibile alcuna produzione di serie.  
I miei scatti sono analogici e c’è un negativo a dimostrare la sua unicità. Ma in attesa di realizzare un vera Camera Oscura analogica (che costa un botto) devo stampare in digitale, che ha la caratteristica di essere uguale a se stessa all’infinito. Tuttavia le stampe maneggiate con colori, inchiostri e parole, usando pennelli e pennini, sono uniche, non riproducibili, manufatte. Lo stesso dicasi per le edizioni limitate a dieci esemplari, numerati progressivamente da soggetti terzi che garantiscono l’autenticità e l’unicità dell’opera.  

Da tutta questo racconto risulta chiaro che è probabilmente possibile sviluppare una professione artigianale e artistica a piccoli passi, all’interno di Alab, per verificare la propria capacità di creare immagini “stargate”, di visioni artistiche consapevoli per visitatori evoluti, e la loro effettiva disponibilità a partecipare a questa visione portandosele a casa.  
Ed è proprio quello che sto facendo.  

Se pensate che non sia affatto un “nuovo” mestiere, avete ragione. E’ vecchio come il mondo: l’australopiteco che dipindeva un cervo sulla pietra di una grotta faceva la stessa cosa. L’aggettivo “nuovo” lo uso per sottolineare che, dopo l’avvento dei social network e l’ubriacatura delle immagini-nausea, fare una scelta consapevole di questo tipo o è un suicidio oppure è la scoperta di qualcosa di veramente nuovo che potrebbe consentire l’esplosione di forme di espressione più consapevoli e quindi più profonde. Una professione che ristabilisce i paletti delle immagini mediatiche tra uomo e mondo e che parli all’uomo invece di suggerirgli mondi digitali,  fatati e psicotici. La sperimentazione dell’unione della scrittura lineare con le immagini tecniche potrebbe, chissà, portare a quel superamento della crisi di cui parla Flusser: oltre l’idolatria e la testolatria, alla ricerca di nuova sintesi più alta,  al servizio dell'umanità alla ricerca del senso di vivere.  
Lui suggeriva di smettere di essere “funzionari” al servizio delle “macchine da presa”. E io ho imparato a impostare tempi e diaframmi per come mi suggerisce l’istinto e a non guardare l’esposimetro, lasciando che la visione consapevole suggerisca anche parole e storie tutte da trovare. 
Perchè non provate anche voi? 

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