La magia del Melòpero

Un bambino pianta un seme, diventa un albero. Poi passa qualcuno e gli dice che è un portainesto, ci vuole un innesto. L'uomo porta un innesto. Dice che è di ciliegio. Passa qualche anno e il bambino, diventato grande, vede che l'albero non da ciliegie ma pere. E allora chiama l'uomo e gli dice

"Ma che cazzo hai fatto? E' un pero! Io volevo le ciliegie."

"Evvabbè, non fa niente " risponde quello "guarda che belle pere!"

"Ma che m'importa! io volevo le ciliegie!"

Così, il contadino decide di tagliare l'albero alla base.

Poi quello getta di nuovo, un bel tronchetto forte. 

E passa un secondo uomo e dice che è un portainnesto. Ci vogliono le mele, dice, quelle che ha lui. Il contadino lo innesta e aspetta. Dopo qualche anno l'albero da frutto, e spuntano le nespole. Il contadino chiama il secondo uomo e lo rimprovera, ma ormai il danno è fatto. Così taglia il nespolo alla base. Zac! 

Ma questa storia doveva durare ancora un bel pò. Altre due volte il contadino innesta il germoglio che rispuntava sempre e ogni volta il risultato è diverso da quello che dicevano gli uomini che passavano di là. 

Ma dopo cinquant'anni le radici sono diventate enormi e la base dell'albero, con tutti questi tronchi tagliati, è un mostro. Il contadino, stufo, se ne dimentica. Allora l'albero getta un germoglio che cresce, un'altra volta, cresce fino a farsi grande e forte.

Passa qualche anno e l'albero dà frutto.

Ma che roba è?

Nessuno sa cosa siano.

Nessuno ne vuole sapere niente.

Così il contadino osserva l'albero. I frutti all'inizio sembrano nespole, poi diventano come le mele ma quando maturano sembrano pere. E non si possono mangiare, sono troppo tanniche, aspre, una schifezza.

Il contadino è seccato, come sempre. Voleva le ciliegie, niente, voleva le mele, niente, voleva le susine, niente. Al loro posto pere, nespole, gelsi e arance. Tutto sbagliato. Adesso aveva questo albero che sono sessant'anni che gli dicono che è un portainnesto, ma invece ha fatto un frutto che nessuno sa che è.

Ma ne fa tanto! E’ carico come un asino, chili e chili di questi grossi pomi che non si mangiano.

Come al solito, il contadino s'immagina di dover prendere una decisione.

Tagliare? di nuovo? Ancora e ancora? Ma tanto, a che serve? Di innestare è stufo, ormai ha imparato che chi gli porta gli innesti lo vuole solo truffare. Però lasciarlo così è inutile, i frutti sono immangiabili, nessuno li vuole, nemmeno lui. Ma poi perchè tagliarlo? E' così bello! I frutti non si mangiano, ma sono bellissimi, pomi dorati come non ce n'è da nessuna parte!

Un giorno si trovava a passare di là una vecchietta. In paese dicevano che era una strega, ma era solo una vecchia ragazza che viveva sola nel bosco. Vede l'albero così carico di grossi frutti ed esclama: 

"Ma guarda, un Melòpero. Erano anni che non ne vedevo così belli. Una vera rarità." 

Entra nel campo e comincia a raccoglierli. Il contadino la vede e gli urla di lasciare stare, che non si mangiano. 

La vecchietta scoppia a ridere. 

"Ah, tu non li raccogli? Pezzo di fesso che non sei altro, sono bellissimi! Allora sai che ti dico? Li prendo tutti io!"

Il contadino a quel punto si insospettisce. Le va incontro e le chiede che cosa ci vuol fare con quei frutti impossibili da mangiare.

"Ah ah" esclama la vecchietta "tu non sai che fartene, ma io si. Tu sei ignorante e presuntuoso, guarda come avete ridotto quest'albero in tutti questi anni. Per fortuna l'avete lasciato in pace a fruttificare come gli pare. Mai lasciare in pace la gente, eh? Voi del paese siete così stupidi!"

"Va bene, va bene, ma che ci farai? qualche magia?"

"Oh si, la magia del Melòpero! Che non si mangia fresco ma cotto, vecchio idiota che non sei altro. Non hai mai provato a cuocerlo?"

Il contadino era un po' duro di cervello ma aveva buon cuore. Così lasciò che la vecchietta prendesse quanti melòperi potesse e decise di provare a cuocere il resto. Prese un gran pentolone e ci mise i melòperi sbucciati. Bolle che ti bolle, bolle che ti bolle, la polpa si trasformò in una densa crema rossastra. Il contadino l'assaggiò e rimase di stucco: era buonissima!

La mise in dei grossi fusti di legno che aveva conservato per i capperi, e li lasciò nella cantina. 

Quell'inverno, davanti alla stufa, aprì uno di quei fusti e presa una cucchiaiata di gelatina la spalmò sul pane. Che delizia il Melòpero! E quanta energia! Tutto un Natale giorno per giorno. 

Quando arrivò la primavera il contadino guardava l'albero. Che sciocchezza che aveva fatto a tagliarlo via tante volte, sempre a credere a questo e a quello che passavano di là. Ma pazienza, meglio un Melòpero di sessant’anni che mai.

A proposito de "La mummia di Piazza Croci"

La mummia di Piazza Croci è un libro completamente diverso dai precedenti. 

Distillato, 15 anni fa, era fatto di parole e immagini, nel senso che da una parte c'era la storia e dall'altra le fotografie e solo perchè stavano una di fronte all'altra c'era un nesso che dovevi trovare. 

the LIE, quattro anni fa, partiva invece dalle fotografie come opere d'arte, come strumento di incanto, di sorpresa, incollate su cartoncino nero, e poi c'era il testo che avvicinavo all'immagine utilizzando l'immaginifica (!) scrittura a mano.  Poi c'è stata la parentesi del progetto Eximago in cui le fotografie fisiche, le stampe, diventano storie sul web e qui la separazione tra immagine e storia letteraria è quasi totale. Sotto quest'aspetto un passo indietro, ma con questo progetto ho ripreso le fountain pen, l'inchiostro, la mano. Ho visto le parole cambiare con il tratto, ad ogni ora del giorno. Una bellezza. 

L'ultimo, Black Palermo, ha fissato il cambiamento: parole pochissime, con una struttura che era visual (un azzardo pazzesco), raccontata da simboli a inchiostro che si confondono con la struttura visiva delle immagini, a volte vicine, a volte più metaforiche. E' un libro che amo molto perchè, facendolo, mi sono liberato di una infinita serie di fesserie che avevo in testa, la prima delle quali era che non dovevo e non potevo fare g r a f i c a, qualunque cosa indichi questa parola. Per la verità l'idea di raccontare con dei simboli elementari mi venne di getto, proprio per collegare la storia, limitatissima, alle immagini, lunghissime. Nella mia immaginazione, la storia letteraria (poche righe) e la storia ad immagini sono praticamente sovrapposte, e per poter fare un ponte si vede la grafica, che sta sopra all'una e alle altre, una sorta di nuvola che collega la terra delle parole e il mare in movimento delle immagini. 

Con Black ho rotto ghiaccio, specchio e pure tavolo. 

Perchè il tavolo?

Perchè La mummia non è stato montato su un tavolo (a differenza di Black), ma sul desktop di un computer.

Il fatto è che la nuvola icon-o-grafica (di Black) si è trasformata, comprimendosi, nella ricerca della composizione visiva migliore per la composizione del testo. Quindi font, prima di tutto, composizione del paragrafo poi e, dulcis in fundo (e grande scoperta),  scrittura adattata alla dimensione visiva, cioè riscrittura del testo per abbracciare le immagini (nello spazio) in un tutt'uno.

E' difficilissimo, entusiasmante, da non dormirci la notte. Al confronto i libri "fotografici" sono roba da ragazzini (e perdonate l'ardire frutto dell'entusiasmo del neofita).

L'idea del libro nasce da un racconto, pubblicato sul web. Solo testo. 

Ma l'idea del perchè "morale" era rimasta nella mia testa. Quando ho ipotizzato di farne un libro fotografico, sono passato a pensare alle fotografie. Ho realizzato gli scatti in due giorni, ma poi li ho lasciati lì per settimane. Settimane in cui ho imparato (ho vinto la guerra contro una parte di me stesso) l'uso di InDesign, il programma di impaginazione, con l'intento di acquisire l'uso di uno strumento decisivo, una nuova cassetta degli attrezzi, potentissima, come passare da un trapano a mano ad uno moderno, di sovrapotenza insospettabile. Però, attenzione, il trapano fa solo buchi, sei tu che monti il lampadario. 

Poi ho fatto la postproduzione delle fotografie. Dopodichè pensavo di passare al tavolo di montaggio, con stampe, forbici e colla. Ho messo tutto lì sul tavolo e ho cominciato a stampare i primi paragrafi di testo (già riscritti una seconda volta) e ... niente. Non funzionava. Perchè il testo deve abbracciare lo spazio, il bianco, la fotografia, collocarsi al punto giusto e irrorare le fotografie di struttura narrativa lasciandosi bagnare dalla pioggia delle emozioni che vengono dalle immagini (e viceversa). Non era possibile usare forbici e colla. Andava fatto tutto insieme, in un continuo aggiustamento da una parte all'altra, finchè non mi dicevo "ecco, ora ci siamo".

A giorni di distanza, e forse perchè sto leggendo le lezioni di letteratura di Nabokov, sto ipotizzando che, a ben vedere, La mummia  è un'opera in cui l'affabulazione è delegata soprattutto alle parole mentre la funzione dell'incanto è fissata per lo più nelle immagini. Ma l'una e l'altra si confondono nell'impostazione grafica del testo E dell'immagine, il cui taglio e posizionamento non è mai centrale, mai allineato fino all'ultima immagine che è quella precedente al colophon, una sorta di postfazione. Il testo invece è riscritto per adeguare la propria struttura visiva in diapason con le immagini. Riscritto vuol dire che è stato riscritto almeno quindici volte, in alcune parti, dopo una prima riscrittura ad impostazione variata (l'azione è copy, la struttura è copy, la visione e l'emozione è photo).

Certo, è tutto nel mio cervello, ma spero anche che esplichi i suoi effetti nel cervello dei lettori, è questo lo scopo di fare un libro fotografico.

La mummia è la prima volta in cui tutto è visual, tutto è grafica, sta dappertutto, allo scopo di raccontare la storia, che poi si scompone in visual e copy, e che il visual è anche un po' copy e che il copy è molto visual. 

Insomma, credo di aver scoperto quello che, forse, per i bravi visual designer, è l'acqua calda. Sicuramente lo è per personaggi tipo Annamaria Testa, ma una cosa è dirlo e scriverlo, altra cosa è farlo. 

Con questo non voglio dire che La mummia sia un capolavoro, ci mancherebbe. Il fatto è che, con questa creazione, io ho raggiunto la sommità di una collinetta. Magari è uno scoglio, che ne so. Però, cavolo, ci sono arrivato. 

E si può salire ancora più su.