Immagini e parole.

Questo ho fatto tutta la vita: mettere insieme immagini e parole. 

Nel 1975 avevo quattordici anni e le immagini erano in B&W o in diapositive 35 mm. Raccontavano storie di sport che vendevamo a chi ne era protagonista. Poi da contabile, la registrazione di una fattura su un conto “Immobilizzazioni pluriennali” raccontava la storia di un’azienda che investiva profondamente nella sua missione. Per anni e anni ho bevuto storie a centinaia dal pozzo profondo della letteratura inglese e americana (e continuo).

Scelsi il marketing.  Beveva immagini e parole come la turbina di una centrale idroelettrica beve l’acqua del lago artificiale. Le presentazioni aziendali, le cosiddette “slide”, erano vere e proprie diapositive su pellicola a colori che sommavano immagini e parole su un supporto di celluloide 24mm x 36 mm. Ci stavamo settimane a produrle, curando le parole e i colori come se fossero feticci. Il Powerpoint prima e il Keynote dopo furono una rivoluzione epocale, come l’invenzione della scrittura. Andavo in giro per l’italia con un  proiettore digitale polaroid enorme, un cubo di plastica nero grande quanto un contrabbasso. 

Poi è arrivato il web e il social mentre la scomparsa dei mestieri accelerava. 

Immagini e parole divennero strumenti di lavoro. Ascoltavo la loro sinfonia ma non ne avevo consapevolezza, come un suonatore di timpani che ha troppa fretta di colpire il suo strumento. 
Nel 2004 la cosa divenne più evidente. Ho cominciato con un libro su carta fotografica e poi ho cominciato a scrivere romanzi. Il mestiere più bello e difficile che avessi fatto fino a quel momento. Straordinario. 
Ho smesso nel 2009 quando è cominciata l’avventura della start up. Sempre immagini e parole: editoria digitale. 

Tuttavia c’era la parte delle immagini che ancora difettava in estensione e profondità. Non avevo piena consapevolezza dei miei mezzi e delle mie potenzialità. Mi ero fatto anche distrarre dalla sovrabbondanza di immagini sul web, un vero bombardamento. La quantità comprime il valore, ma è solo miopia. 
Quasi inconsapevolmente ho cominciato ad esplorare seriamente il mondo della fotografia.  Sono andato in profondità, studiando e sperimentando. Anche con le attrezzature: dall’analogico al digitale, poi di nuovo analogico con l’Hasselblad, via scansione digitale, poi corredo Leica R. Pellicole e scansioni: ho sviluppato di tutto. B&W, negativi colore, diapositive E6. Tutto si stava evolvendo intorno a me. La stampa digitale Fine Art è diventata vera con il processo Glicee e le carte si sono moltiplicate. Ora si poteva fare arte, davvero, con la fotografia. 

E così mi sono lanciato: fotografo d’arte. Ho aperto un laboratorio associato ad Alab, a Palermo e ho lavorato su un progetto di street art sulla mia città: mesi di duro lavoro a consumare scarpe e occhi sullo schermo.  
E’ durato sei mesi, poi ho chiuso: mi aveva fatto prigioniero. Avevo esagerato. Era cose se avessi voluto fare il primo violino in una orchesta suonando la tromba. Tuttavia è stato un passaggio fondamentale. Le opere esposte “sul muro”, la stampa, la cura del prodotto artistico, la fase di ripresa e il progetto, il portfolio, la sequenza. E la fase di ripresa con il suo contatto profondo con il soggetto, l’empatia anche verso soggetti inanimati che cercano qualcuno che abbia occhi per ascoltare la loro storia. Un’esperienza meravigliosa.

Appena due mesi dopo, il modo di vedere le cose è cambiato in profondità: ora sento forte il tono di fondo della sinfonia di immagini e parole. E’ come il basso elettrico. Non fa mai il solista, ma non basta la batteria. E’ il tono selvatico, tribale, profondo, il pulsare della storia da raccontare. 

Alla domanda “di che ti occupi?” dovrei rispondere in modo complicato. Invece rispondo semplicemente: faccio il fotografo. E’ vero. E’ vero pure che dovrei aggiungere “non solo”. Tuttavia nessuno attribuisce un valore sostanziale a raccontare storie con parole e immagini, all’arte ancora in nuce di unire immagini potenti e parole di fuoco per raccontare storie straordinarie. E’ un’arte nuova, difficile, da esplorare. E’ forte in analogico, c’è stata l’era di “Life” e il cinema si è evoluto, tuttavia il suo regno è moderno, digitale, social. 

Non sono un gran fotografo e nemmeno un grande scrittore. Ma forse questa è un’ottima notizia. Quello che mi intriga è la potenza narrativa della difficile combinazione dei due mezzi, così diversi, così straordinari. 

Per molti anni ho cercato la via dritta, facile: o fotografo o scrittore, marinaio o contabile, creativo o esecutivo. Tuttavia la vita è molto più simile all’orchestra e alla sinfonia che alla strada: non ci sono mappe ma spartiti da interpretare e strumenti da accordare. Vengo dall'illusione della iperspecializzazione umana uccisa dai computer e dai robot, sono sbarcato sulla spiaggia della sinergia creativa di arti differenti sintetizzate nei nuovi mezzi di comunicazione. Lo specchio dell’illusione è entrato in risonanza con il tono di fondo ed è esploso in mille pezzi. Nascondeva una semplice finestra sul giardino. Come disse il monaco: il tè senza il tè ha il sapore del vento tra i fiori. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIOGRAFIA

Antonio Massara è nato il 5 giugno del 1961 a Palermo e qui vive. 

Laureato in Economia ha fatto, nell'ordine e partendo dai suoi 14 anni, i seguenti mestieri:

fotografo, ragioniere, broker assicurativo e riassicurativo, strategic planner, consulente fiscale e amministrativo, product manager, marketing manager, scrittore, consulente marketing, socio, media editor, start upper, creative managing director, fotografo. 

La moglie è siciliana ed è chirurgo. Hanno due figli, di cui una è Ingegnere Meccanico e l'altro sta studiando da Designer. 

 

 



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