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BIOGRAFIA

Antonio Massara è nato a Palermo il 5.6.1961 e qui abita. E' sposato e ha due figli: Veronica, Ingegnere Meccanico, e Alberto che studia per Designer. E' laureato in economia ed è stato marketing manager e consulente di marketing di importanti aziende vitivinicole siciliane e non.
Dal 2005 la sua attività si è arricchita con la scrittura (4 romanzi), il blogging e ha ricominciato a fare il fotografo.
Dal 2009 è stato socio fondatore di startup nell'ambito digitale e ha condotto progetti di creazione e lancio di prodotti di editoria digitale negli USA e in Italia.
Nel 2016 ha deciso di dedicarsi innanzitutto alla creazione di immagini e storie per il pubblico e le aziende. 

ESSERE FOTOGRAFO

Ho cominciato a fotografare a 14 anni.
Con due amici abbiamo messo su una camera oscura e cercavamo di coprire le spese con la vendita di immagini agli sportivi che riprendevamo. Nel frattempo la mia formazione extrascolastica si arricchiva di una folle immersione nella letteratura inglese e americana, dapprima romantica, poi fantascientifica.
Le storie e le immagini, si direbbe, dovevano continuare a giocare il loro ruolo, nonostante gli studi di economia aziendale e diritto tributario. Riuscii così a uscire dalla noia delle tasse e a entrare nel dorato mondo del marketing e della Comunicazione.
Devo tutto all'illusione generale che nella cura di un brand occorreva avere studi economici e gestionali. In verità la mia vita lavorativa era fatta di incontri con creativi visual e copy e lunghissimi progetti di composizione strategica del portafoglio prodotti e cura maniacale del packaging. C'è stato un lungo periodo in cui stavo più a Milano nelle agenzie di comunicazione e negli studi dei fotografi che a Palermo in ufficio. 

Poi il mondo cambiò e le aziende con cui lavoravo entrarono in crisi. Per una serie di combinazioni mi trovai nel gennaio del 2005 a pensare seriamente a cosa fare del resto della mia vita. Fu allora che ripresi in mano la macchina fotografica, ma non ebbi conforto. Così mi misi a scrivere (mentre facevo il consulente). 

Scoprii che scrivere era molto più appassionante di qualsiasi campagna pubblicitaria. Ne vennero fuori quattro romanzi, tra cui uno commissionato da Leone de Castris, il produttore del famoso Five Roses, che voleva raccontare la storia della nascita di questa etichetta. S'intitola "Cinque Rose di Negroamaro". Gli altri li trovate in versione ebook nella sezione neg-ozio.

Erano tutte storie. 

Così come lo erano le app editoriali prodotte con la start up di cui ero socio. Così come lo erano i progetti che ideavo nelle aziende per le quali ero consulente. Ma tutte queste storie avevano bisogno di immagini, soprattutto nel mondo digitale che si stava aprendo sui social, nelle app per smartphone e negli ebook. Se avevo esplorato la potenza delle parole nel racconto delle storie avevo tuttavia bisogno di sviluppare il lato dell'immagine e, possibilmente, esplorare la sinergia tra i due mondi, che tanto aveva condizionato la mia vita di comunicatore di brand negli anni passati con la pubblicità, fatta di visual e di copy. 

Era arrivato il momento di fare il fotografo. Per farlo, però, occorreva innanzitutto essere fotografo. 

Così a fine 2015, libero da altri impegni, decisi di investire nell'essere, finalmente, fotografo. Mi sembrò che fosse la fase finale del mio karma. 

A giugno 2016 feci la mia prima mostra con "the LIE" e a settembre aprii un Lab di Alab a Piazza Aragona a Palermo. 

LA FOTOGRAFIA (PER ME)

Ciò che è la fotografia lo ha espresso in modo insuperabile Wim Wenders nel suo libro "Una volta". Dovreste leggerlo. Lo ha detto lui, che è conosciuto come regista, ma non è un caso. 

Nel libro Wim scrive una prima parte, che si intitola "to shoot pictures ..." che si può tradurre con "per sparare fotografie" o "su sparare fotografie". Si chiude con un'affermazione, che dice tutto il possibile sulla fotografia, se si intende bene quello che c'è scritto:

Spero
che questo libro di fotografie
diventi un libro di storie.
Non lo è ancora,
ma lo può diventare
attraverso chiunque abbia voglia
di ascoltare il suo vedere

Per comprendere bene, occorre stare attenti alle parole.
Innanzitutto "storie".

Noi umani siamo fatti di storie. C'è addirittura qualche fisico quantistico che comincia a sospettare che il tempo sia una creazione del nostro cervello perchè lì fuori non esiste nulla che abbia a che fare con un orologio. Raccontiamo le nostre vite migliaia di volte in modo diverso e ci raccontiamo le storie degli altri in miliardi di versioni diverse. Il piacere più grande per un essere umano è raccontarsi e ascoltare storie.

La fotografia è quindi la ripresa di un istante di tempo in due versi, avanti e indietro, verso il soggetto e verso chi ha scattato la foto. Le due realtà sono unite dalle  storie che chi ha scattato stava già elaborando nella sua testa quando ha premuto lo scatto "vedendo" quello che guardava. Quindi chi guarda una foto, o una creazione d'immagini e parole, si trova davanti ad una moltitudine di storie da decodificare. Questo è il piacere della fotografia. Di farla e guardarla. E' come stare intorno al fuoco, di notte, in compagnia di un grande narratore. Uno che non ti stanchi di ascoltare perchè racconta cose mirabili. Una mille e una notte. 
Peer questo Wim fa riferimento al pubblico: un libro di fotografie diventa un libro di storie SOLO SE c'è qualcuno che sa ascoltare vedendo. Cioè se c'è qualcuno, tra il pubblico, che HA VOGLIA di ascoltare quel che ha visto il fotografo, e oltre. Insomma, il miracolo accade se c'è un pubblico. 

Guardate al testo di Wim,
è prosa in forma di poesia,
e così scrive anche i testi delle sue storie
"fotografiche"
di cui è fatto il libro. 

Non è un caso: è il tentativo dell'artista di adattare la potenza anche visiva delle parole alla forza delle immagini, cercare di trasformare il testo in immagine, per avvicinarlo alle immagini stesse, e farlo diventare una storia. 

E che dire delle immagini? Se leggete il libro, potete rendervi conto che solo una manciata di immagini ha la forza di stare da sola su una pagina facebook (o meno banalmente sul muro di una mostra), non sono così "grandi", e tuttavia, nella sequenza con altre (che fa cinema) e insieme alle parole (che sono una sceneggiatura poetica), compongono delle creazioni narrative  straordinarie.

Lo stesso, in modo casuale, accade con lo scollare il vostro account di facebook. E' la storia della giornata raccontata dal gruppo. Un mugugno qua, un grido là, una risata, un soffiarsi il naso, a volte un peto. E' una storia!

Io non credo alla fotografia del "momento decisivo". Non tutto il pubblico ha la capacità di comprendere la profondità narrativa di una grande immagine apparentemente semplice. Così come non credo che valga la pena di parlare delle cosiddette immagini che valgono tutte le parole. Tutte le parole di chi? di uno che non immagina niente? Troppo facile. 

Le storie sono bellissime, raccontiamole tutte. 
Almeno proviamoci. 
Questo è l'intento della mia fotografia. Creazioni visive oppure associazione di queste con parole che aiutano l'emersione delle storie, suscitando sorpresa e aspettativa, domandando uno sguardo più attento. 
Lo faccio sul web e sulla carta, utilizzando tutto quello che ho a disposizione. 

Com'è intuibile le storie emergono durante la ripresa, ma possono anche essere immaginate prima e trasformate in un progetto narrativo che comprenda la fotografia. E' il grande tema dei progetti artistici (puramente fotografici oppure sinergici con le parole). 

Il mio progetto "the LIE" consiste proprio nell'emersione di una storia, fatta di parole, attraverso "anche" immagini trattate a mano. Poi queste, per il loro impatto visivo, diventano protagoniste, ma sono nate dopo l'emersione della storia, o perchè realizzate "per" oppure selezionate "con".

EXIMAGO invece tratta delle storie che emergono da una foto o da un collage delle stesse (che è quasi una sequenza). Dall'universo delle storie possibili se ne focalizza una, il cui titolo è "intorno" alla creazione visiva e la storia è scritta sul web. Lo scopo è di ricordare la storia ogni volta che si vede la foto: conoscere e ricordare molte storie serve a vivere meglio.

Tuttavia su questo concetto de "la storia prima dell'immagine" si fonda anche la pubblicità e la promozione, su carta e sul web. Quest'area io la chiamo quella della fotografia "commissionata".

LA FOTOGRAFIA COMMISSIONATA

Se lavorate in un'azienda avete un mucchio di storie. Forse non lo sapete, ma l'insieme di tutto quello che fate, negli anni, contribuisce a raccontare la storia che si concentra poi sul brand o sui prodotti che fate. 

Se lavorate alle Poste Italiane, per esempio, la storia è "in coda". Ci scommetto che il 99% delle persone che vede il marchio Poste Italiane pensa ai numerini della coda e allo stare in coda. "in coda" ci si lamenta, si soffre e si sbuffa, ma si può anche chiacchierare con la ragazza nell'angolo che poi diventerà tua moglie, senza parlare degli innumerevoli pensionati che si prendono il fresco d'estate. "in coda" è una grande storia che nessuno ha ancora raccontato (se qualcuno mi copia l'idea ne sarei felice!).

Se fate vino, ogni etichetta è una storia, ogni grappolo ha una storia, ogni vignaiolo ha la sua storia. Potete immaginarvelo come una serie tv in cui si intrecciano decine di personaggi. Il titolo è unico, il tema molteplice, le puntate a decine, ma il "senso" complessivo della storia è talmente appassionante che, come si dice,  la gente si incazza se gli spoilerate le storie.

Purtroppo sono fantastiche storie che finiscono, nella maggior parte dei casi, nel silenzio, o peggio, nel banale "comprate, comprate!". 

Oppure magari i wine maker si fissano con una storia che c'entra poco o nulla con quello che fanno veramente e cioè con le storie che davvero si vedono, quelle che vedono tutti e ognuno di loro si chiede "ma perchè mi racconta sta cosa? Non lo vede anche lui che fa tutt'altro?"

Non vi preoccupate, è normale. E' capitato persino a me di dire che facevo il consulente quando in effetti ero un fotografo scrittore che raccontava le storie di chi non me lo chiedeva nemmeno. E' proprio perchè ho questa esperienza che sono in grado di "vedere" la vostra storia, raccontarla e  concepire un progetto per la sua comunicazione. Fatto di immagini, in primo luogo, ma anche di parole. 

Fantastico, direte voi. 

E invece, nella maggior parte dei casi, per il cliente la cosa non funziona. Si illude che ci sia una  "scienza della comunicazione" che, come tale, prevede risultati sicuri nei tempi previsti. Il cliente non sa, per esempio, che alla Sony spendono miliardi di dollari su un soggetto (tre righe di testo) per fare un film che magari incassa pochi dollari. Succede, eccome se succede!
Ci sono anche quelli che sono fermi alla "pubblicità" su stampa e in televisione, quando la prima non esiste più e la seconda funziona solo per vendere materassi, come avviene ancora nelle fiere di paese. 

Se vi chiedete come mi promuovo in questo campo, devo dire che è molto semplice. 
Investo. 
Una cosa che di questi tempi non fa quasi nessuno. Decido di investire tempo  su un'azienda o un prodotto realizzando la mia visione della loro storia, che poi è del tutto simile a quella che vedono tutti, dall'esterno, o quella che vorrebbero sentirsi raccontare, dati alcuni presupposti. 
Creo quindi delle immagini e le presento. A volte funziona, altre volte no. 
Il bello viene quando funziona: mi chiedono un incontro e mi parlano di marketing. Sigh! A quel punto avviene la svolta. Se mi presentassi al primo incontro come consulente di marketing, tutta la storia svanirebbe come neve al sole. Invece sono un fotografo, tutto è più semplice, non c'è nessuna minaccia, nessuna possibilità di sbagliare: qui le foto e là il fotografo. Che c'è di più semplice?
Che il cliente abbia comprensione della miliardata di cose che ci stanno dietro non ha alcuna importanza, l'importante è che io ne abbia consapevolezza e che con immensa umiltà continui a fare il mio lavoro. 

Qual'è?

Il fotografo, ovviamente!



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