photographic statement - come lavoro / by antonio massara

Siccome sono anch'io uno di quelli che appena capitano nel sito di un fotografo cercano di scoprirne tutti i suoi segreti, dichiaro qui di seguito il mio metodo di lavoro.

Comincio in analogico e proseguo in digitale.
Sono un po’ allergico ai discorsi sul purismo, cerco di utilizzare tutto ciò che è alla mia portata, che conosco e controllo. 
Potremmo discutere amabilmente di cosa è meglio, tecnicamente e concretamente, ma quel che conta è il risultato finale, l’emozione e la storia. Tutto il resto tende a diventare una perdita di tempo. 

 

Quando avevo 15 anni scattavo con la Zeiss Icarex di mio padre, e il regalo della maturità fu una Nikon FE, che si è distrutta molti anni dopo. Quindi sono passato al digitale quando ancora era in evoluzione. Ho capito che potevo ottenere la qualità che volevo solo spendendo un patrimonio. 
Così sono passato alla Hasselblad, un mio vecchio sogno, a pellicola. E’ con questa che ho ricominciato a divertirmi e ho re-imparato a fotografare. La Hassy è una superlativa macchina per fare fotografie. Ha i diaframmi, i tempi e una pellicola. Ma soprattutto ha un mirino, una specie di pozzo di San Patrizio di immagini. Guardare il mondo attraverso il pozzetto dell’Hassy equivale a vedere un film.
Scoprii che per fotografare avevo bisogno di una sola cosa: un mirino. La Hasse l’aveva, ma aveva un solo difetto. Era ingombrante e le ottiche gigantesche, pesantissime.  E io non avevo più le spalle di un ventenne.  
Mi serviva qualcosa di più portatile. 
Siccome avevo scoperto il mercato dell’usato analogico, proseguii le ricerche.  

Approfittai di un viaggio di lavoro a Milano per andare a visitare la mecca italiana di questo mondo, la New Old Camera. Avevo adocchiato le Leica R, le sorelle reflex della più famosa M, per me incomprabile perché troppo costosa. Ma se le ottiche Leica erano quelle strepitose che tutti dicevano, tanto valeva dargli un’occhiata. 
Mi diedero in mano una R6 con un 28 mm. E lì capii di aver trovato la macchina per me: perfettamente bilanciata, presa sicura, mirino eccezionale, ottica sicura. 
Pensate sia una macchina pesante? Io scatto soggetti fermi anche con 1/8 di secondo a mano libera poggiando le spalle o un gomito da qualche parte (si, lo so, il micromosso, questo, quello, vabbè, non ci credete, io intanto scatto). 
Oggi ho un Leicaflex, una R7 e una R6.2. Ho solo quattro ottiche: un vecchio 35-70 zoom che uso come mulo, un 60 macro, un 24 mm e un 135. Il 35-70 è sufficiente, il 60 ha la definizione di un rasoio, il 24 non deforma se in bolla e il 135 è una goduria da mettere a fuoco. 


I negativi sono quasi sempre in B&W, tutto Ilford. Amo l’FP4 da 40 anni, ma uso tutto, a seconda delle esigenze. Sviluppo con DDX. Le pellicole le faccio scansionare a dimensione minima (1800 pixel di lato m,massimo)  da Print & Go, dei bravissimi ragazzi che hanno un Matsushita. Poi passo in post produzione: selezione e prima analisi su Lightroom. Spesso il lavoro si ferma qui con l’esportazione di file ottimi per il web. 
Quando scelgo i frame davvero buoni per le stampe d'arte, rifaccio la scansione in alta definizione (file da 58 mega) e a quel punto passo a Photoshop, con edizione finale in scala di grigio.  

Tutto qui. 
Più banale non si può. 
Perché la foto era già nel mirino, il resto è job. 

Quindi torniamo alla ripresa. Prediligo le prime ore del mattino, dall’alba e dopo fino a tre ore. Oppure nel pomeriggio, da un’ora prima del tramonto a mezz’ora dopo.  
Camminare, guardare, entrare nella luce dei luoghi, negli sguardi delle persone.  

Non riesco a scattare ritratti. Dopo anni di tentativi ho rinunciato: non è il mio mestiere. Le figure umane che prediligo mi danno le spalle, oppure sono così lontane da costituire una silhouette. 

Mi accorgo che ho scritto un percorso così stretto e limitato che mi viene un dubbio: ma sono davvero un fotografo? Credo di si, ma è divertente scoprirlo ogni giorno.