Fare il fotografo / by antonio massara

La grande rivoluzione del mondo è cominciata con l’invenzione della stampa e della carta. Le due cose sono collegate. Si potrebbe addirittura dimostrare che l’era industriale è cominciata dalla necessità di avere grandi quantitativi di carta a buon mercato. Da quel momento in poi il numero di persone capaci di leggere è cresciuto costantemente fino a quasi il 100% nelle nazioni più progredite e ciò ha portato a conseguenze sociali ed economiche grandiose, a rivoluzioni politiche, culturali e religiose straordinarie, a guerre sanguinose e milioni di morti. 
250 anni dopo fu inventata la fotografia ed è cominciata la produzione di quelle che Flusser chiama “immagini tecniche". Da quel momento i libri e i giornali potevano parlare del mondo non più con i disegni ma con le fotografie. Erano immagini tratte direttamente dal reale in istanti: ti potevi fidare.  
La triade delle grandi rivoluzioni si è chiusa con la Teoria della Relatività e la Meccanica  Quantistica. Sappiamo che sono matematicamente separate ma tutti lavorano per ricongiungerle perchè sappiamo che, in qualche modo da capire, sono due facce della stessa medaglia. La prima ha introdotto lo spazio-tempo e nella seconda tutto funziona a meraviglia senza il tempo e i massimi protagonisti sono i fotoni.  
Queste tre rivoluzioni riguardano gli uomini ma parlano del Tempo.  
Con la stampa un uomo poteva leggere, conoscere e fare esperienze pari a numerose vite: il Tempo può allungarsi oltre la vita.  
La fotografia mostra (con la luce) istantanee del reale illuminate da fotoni. Il suo tempo è ora, ma l’immagine permane per secoli. Si amplia la memoria visiva.  
La luce è la protagonista della Teoria di Einstein ed è quella cosa che fa sballare la Meccanica.  
La luce, lo spazio e il tempo sono gli elementi che stanno nella testa del fotografo che scatta consapevolmente. Per questo la fotografia ha costretto l’arte moderna ad esplodere, sondando universi interiori e paralleli. La fotografia, attraverso la sua versione dinamica e cioè il cinema, ha costretto la letteratura ad esplodere verso la fantascienza. Vonnegut e Dick in cima a tutti, con i loro universi interiori e paralleli.  
Ma tutto ciò l’ho capito solo adesso, dopo quaranta anni di avventure.  

Studio e faccio fotografia da quando avevo quindici anni. Ho avuto due maestri, tutti e due su libri: Andreas Feininger, autore di “Fotografia Totale” ed Edward Weston, che scattava a Carmel in California. Del primo ho studiato la teoria, del secondo le immagini. Il primo ha scritto come fare, il secondo mostrava cosa amare. Beh, anche il primo, con il suo dichiarato e misterioso amore per le immagini di conchiglie. E’ singolare che si possano amare le conchiglie, ma se uno può intuirlo allora vuol dire che si può amare qualsiasi cosa, oltre che qualsiasi persona.   
Credo di non aver mai pensato di fare il fotografo, allora. Sapevo di non essere abbastanza bravo e poi mi era terribilmente difficile fare ritratti. Quindi i matrimoni per me erano tabù. 
A me piaceva scattare foto di nuvole, di libri, di foglie, di colori e di barche a vela. Facile dire che non gliene poteva fregare niente a nessuno. In Sicilia, in Italia, la fotografia non è una forma di espressione (meno che mai d’arte) e serviva solo a fotografare i morti e i matrimoni.  

Ho studiato economia e marketing, ma alla fine lavoravo con lo storytelling, il copywriting e la grafica (che comprendeva la fotografia). Allora si diceva che mi occupavo di marketing e comunicazione. Oggi sono morti tutti e due. Il primo è stato immolato su Facebook e la seconda si è dissolta nell’acqua che beviamo e nessuno la vede più: tutto è comunicazione e quindi niente lo è più.  
Flusser, che ho citato prima, scrive addirittura che il caos di immagini tecniche in cui siamo immersi ha generato una seconda ondata di idolatria: noi proiettiamo sul mondo le immagini che vediamo. E’ come dire che pensiamo che il mondo sia una pagina Facebook o un telegionale. Conosco parecchie persone che hanno questa forma di psicosi, anche se non viene riconosciuta come tale.  
Il fatto è che tutto è stato troppo veloce, sorprendente, a tratti magico, e terribilmente rivoluzionario. I cambiamenti sono stati totalizzanti oltre che repentini e molte professioni sono scomparse nell’arco di pochi anni. Anche la mia.  
Così, dopo trenta anni di onorata e multiforme carriera sono atterrato in un terminal molto affollato: Unemployment International Airport. 
Ah, benedetta fantascienza, sbuchi sempre da tutte le parti! 

Il fatto è che sono entrato nel terminal con una macchina fotografica a pellicola in mano. L’ultimo incarico comprendeva, come sottoprodotto, la produzione di immagini “per la comunicazione” e cioè per Facebook. Me lo avevano chiesto degli ingegneri informatici che diventavano pazzi per il fatto che scattavo a pellicola, ma ormai il gioco era iniziato.  Avevo provato col digitale, con ben tre macchine, ma i risultati erano tanto scadenti che capii che per avere la stessa qualità di prima avrei dovuto inestire una decina di migliaia di euro. Io non  li avevo e l’azienda nemmeno. Quindi: pellicola.  
Quando arrivai al terminal l’avevo già al collo.  
E già che c’ero, mi dissi, tanto valeva vedere quel che saltava fuori.  

A gennaio del 2016 cominciai a fotografare mani artigiane al lavoro.  
Poi mi chiesero di fare qualche prova di still life commerciale.  
Ma già che c’ero, fotografai la Kalsa, scoprendo una Palermo in cui non sono nato, un Genio, la sua maledizione e quindi anche la mia.  
Fotografare la propria città, la città che detesti, è difficile. Perchè non puoi fare buona fotografia senza amare. La Kalsa mi ha mostrato un volto che non conoscevo. Era davvero un’altra città. Giorno dopo giorno mi sono sentito a casa. In breve ho cominciato ad amarla.  
E’ stupenda, meravigliosa e insieme fetida e cattiva. 
Come me. 
Come te. 
Come il mondo.  

Mentre passeggiavo e scattavo, c’era qualcosa che mancava. D’improvviso mi parve che i muri, le finestre, i panni stesi e i portoni grondassero di qualcosa che c’era, di certo, ma invisibile alla luce.  
Stavo vedendo qualcos’altro. Infotografabile. Invisibile e tuttavia presente. Qualcosa presente nel Tempo ma invisibile nello Spazio.  
Infine ho capito: c’era La Menzogna. 
Il mio cervello sapeva che quelle pietre grondavano bugie, falsità. In una parola, milioni di balle. Tutte le balle che gli uomini hanno raccontato, ascoltato, amato per secoli e per le quali hanno rubato, ucciso e torturato, oltre ad aver amato e adorato.  
Balle su balle, miliardi di balle in centinaia di anni.  
No, non potevo fotografarle. Ma potevo renderle evidenti. Col vecchio sistema: colori e pennello.  
Nasce così “The Lie”, il progetto che è diventato libro d’arte e poi una mostra, da Spazio a Tempo, nel giungo 2016. 
(Spazio, Tempo, non è un caso).  

The Lie è una storia, ma non è una balla. Diciamo che è una metafora. Le fotografie sono reali, le parole immaginifiche. Ma potreste anche dire che le immagini sono irreali e le parole concrete. Così è, come vi pare.  
La comunione di immagini, parole e storie è esplosiva. Determinano nel cervello una sintesi di secondo livello, uno shock che è possibile dosare. Interrompe l’idolatria, la spiazza e quindi, per una volta, puoi tentare di vedere il mondo da una prospettiva nuova.  

Tutto ciò, lungi da diventare “editoria” come nel passato  o espressione da social network, può diventare Arte. 
Coniugare immagini fotografiche e parole è molto difficile. Sia progettualmente che concretamente. E’ una sfida. Una sfida fatta di carta. 
Potreste obiettare che si fa la stessa cosa col web. Si, ma purtroppo non funziona.  
La variabile non funzionante è il tempo: di fronte ad un’opera 60 cm x 40 cm devi fermarti, leggere l’immagine, lasciarti trasportare dalle parole. Fare “scanning”, come dice Flusser.  
Un’immagine su facebook, invece,  dura meno dell’apertura della tendina della macchina fotografica anche in una ripresa in ombra scoperta: non hai il tempo.  
“Questo spaziotempo proprio dell’immagine non è altro che il mondo della magia, un mondo in cui tutto si ripete e tutto partecipa ad un contesto significativo”. 
E’ magia. E’ comunicazione di qualcosa di importante, che può cambiare la percezione del reale di chiunque, dello Spazio e del Tempo, della realtà e della vita. 

Per questo faccio il fotografo.  
Analogico, su carta, che espone. E, come tale, vive di Spazio e Tempo, di Luce e di Meccanica Quantistica, di carta, di stampa, di storie e parole.  

E cioè: 
Fotografo. 
Scrittore.  

Ma lo faccio da professionista, ovvero ne sto facendo la mia professione, il mio lavoro. Come? Puoi leggerlo qui.