minerali affascinanti by antonio massara

Murakami nel suo "Il mestiere dello scrittore", scrive:

Se aspirate a scrivere un romanzo, quindi, guardatevi attorno con attenzione - questa è la mia conclusione. Il mondo ci sembra privo di valore, ma in realtà è pieno di minerali affascinanti ed enigmatici. Il romanziere è qualcuno che ha la capacità di vederli ed estrarli. Altra cosa straordinaria, è tutto gratis. Se siete dotati di due occhi che sanno osservare, di quei preziosi minerali potete sceglierne e prenderne quanti ne volete.

La cosa straordinaria è che la stessa frase, uguale uguale, può essere detta a proposito dei fotografi. 

due passi avanti by antonio massara

Sei mesi fa entravo in Piccola Fabrica Alab, il Lab di Ilaria Sposito. In questi giorni ne sono uscito.  

Non è un passo indietro, 
piuttosto due,
avanti.

Ho esposto in Piccola Fabrica perché volevo diventare fotografo. L’ho fatto, ma sono andato oltre. Molto oltre.

Cos’è successo? Ve lo spiego. 

 

Ho iniziato facendo le opere che avevo sognato di fare per tutta una vita. Prima un libro fotografico a tema, scritto ad inchiostro e pennino, poi le grandi stampe fotografiche, tutte visioni finalmente pari alle mie visualizzazioni. Non è stato facile come pensavo, ma ce l’ho fatta; mi sono diplomato, non con un 110 e lode ma con un proficuo 98. Il diploma me lo sono dato da me, un pò autoreferenziale, ma sono un feroce critico di me stesso. 

Nel frattempo esploravo il mio pubblico. Grandi soddisfazioni, tanti complimenti, interesse davvero vivissimo. Tuttavia le opere erano grandi, difficili da portare a casa. Poi c’erano le parole, così forti da cambiare tutto. E poi si fa presto a dire fotografo: che vuol dire? Se non esponi al Moma di New York non sei davvero un fotografo. Se non ci campi, non ci sei. Che vuol dire oggi fare il fotografo? Tutti fanno fotografia, hanno la macchina nel cellulare. Le tue visioni possono essere davvero fantastiche, e lo sono, ma non basta. Devi essere Unico. Che poi è la stessa cosa che ti chiede Alab, l’associazione: essere unico e realizzare cose uniche. 

Un libro mi ha portato la devastazione e l’illuminazione: Oliero Toscani, Dire Fare Baciare. Oliviero è un grande fotografo, ma è andato oltre, fa Comunicazione. Che cos’è la fotografia? Se non hai niente da raccontare, da dire, allora non fai niente. Nè il fotografo nè alcuna altra cosa. Niente. Ma io avevo un sacco di cose da dire, e storie da raccontare, Buon Dio, faccio anche lo scrittore! Io il "Dire" ce l'ho!

La risposta era lì, davanti ai miei occhi, in ben due esemplari, un libro fotografico fatto nel 2005 e l’altro nel 2015, ma io stavo guardando da un’altra parte. “Ma guarda un pò che pezzo di fesso che sono, faccio la stessa cosa da dieci anni e ancora non me ne sono accorto”, mi sono detto. Che ho fatto per dieci anni? Cos’ho fatto tutto il tempo? Raccontare storie, con le parole e le immagini. Le parole le avevo perfezionate, le immagini ancora no. Adesso le avevo. Sia le une che le altre.

Ho ricominciato con due piccoli libri. Il primo aveva la struttura cartotecnica di Valeria di Liber, un bel libro nero a fisarmonica, in carta per acquerello. L’ho trasformato in un racconto sulla Kalsa. Ma era "troppo", così ne ho realizzato un altro, tutto fatto da me, con la copertina dipinta di rosso.  Carta, squadrette, colla e taglierino, un vero lavoro da artigiano. Unico, vero, di parole e immagini, una storia da raccontare. 
La quadratura del cerchio. Anzi, il "Fare". 

E d’improvviso il pubblico ha risposto. Era quello che voleva da me. 

Sono diventato un fotografo, si, ma artigiano, con la carta, la colla, le fotografie, l’inchiostro e le parole. Un artista che fa libri, d’artista, appunto. Che racconta cos'è Palermo, le sue strade, la sua luce. Le persone che vivono qui. Le cose belle e quelle brutte. La vita, insomma. 

Ma adesso avevo bisogno di girare, incontrare, proporre, distribuire. Non potevo più stare ad aspettare, dentro Piccola Fabrica. Quindi fuori, un passo indietro e due avanti, come dicevo. 

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza Ilaria e Piccola Fabrica, senza Fabrizio ed Elena, senza Marcella Mannino e le sue tele, senza Pietro e Alab. Ringrazio tutti, con tutto il cuore. Forse pensano di aver fatto poco, ma non hanno la minima idea di quanto siano stati importanti, anzi, decisivi. Una vera rivoluzione, tutta dentro di me. D’altra parte lo scopo dell’associazione è proprio questo, sviluppare artigiani/artisti da uomini che non sanno quello che fanno. Non è vero Pietro? Ahahahahaha

 

Le physique du rôle by antonio massara

Era alto un metro e settanta e doveva essere stato biondo e anche un bel ragazzo. Quando entrai a far parte dell’organizzazione aveva più di cinquant’anni e allora si andava in pensione a sessanta. Insomma era il vecchio della vecchia scuola. 

Il tempo e il vino lo avevano segnato un bel po’ e adesso aveva l’aspetto del leone prossimo all’ultima battaglia. Ma come i vecchi leoni, non mollava, non mollava mai.  Come responsabile commerciale dell’area più proficua dell’azienda  aveva i “suoi” uomini e i “suoi clienti”, si atteggiava a capo di un’organizzazione verticale, gerarchica e paternalistica. Un tormento.

I suoi uomini lo avevano soprannominato “Butta giù”.

Io ero un pischello e quando sentii quell’espressione mi domandai seriamente, con preoccupazione, se non fosse un nomignolo da avvinazzato. Niente di tutto questo. Veniva fuori da una sua tipica espressione nel corso di una trattativa commerciale. La sua strategia era semplice: calcolava approssimativamente i volumi di consumo del ristorante o dell’enoteca in questione, in bottiglie, levava dal numero un trenta per cento per gli inevitabili amici concorrenti e poi proponeva una miracolosa promozione per il numero che restava, l’intero consumo di vino di quel locale nell’arco dell’anno solare. Diceva  al suo uomo di “buttare giù” quelle migliaia di bottiglie sull’ordine compilato davanti al povero cliente, ogni referenza con il suo carico particolare. 

Come diceva: "il primo che riempie un cliente, fa fuori tutti i concorrenti". E lui voleva buttare giù l’ordine giusto.

Per me era follia. Ero solo un giovincello del marketing, formato nella strategia della forza del brand e quelle bassezze commerciali erano fumo negli occhi. Lui lo sapeva e mi detestava. Mi detestava anche perché ero giovane, perché sapeva che di lì a qualche anno lui sarebbe andato via e io sarei rimasto, a godere, con l’azienda, dei suoi vent’anni e passa di lavoro. 

La vera domanda che mi facevo era: “ma perché hanno scelto lui?”. Me lo sono chiesto per anni. Adesso lo so: non era siciliano e da giovane si era goduto la vita. Conosceva a fondo i vini francesi e i migliori del nord italia, ed era un degustatore di livello. Spiazzava tutti i suoi clienti, e molti di noi. Aveva le physique du role e la determinazione per conseguire risultati commerciali. Era perfetto. Solo io non lo capivo, perso nelle mie illusioni accademiche. Adesso tutto è più chiaro e mi complimento in segreto con lui e con chi lo aveva scelto, molto tempo fa, in un'altra epoca, senza computer, in cui erano gli uomini a fare la differenza. 

 

Scale, scale, sempre scale by antonio massara

Scendi le scale, sali le scale. 
Peggio quando c’è solo una scala, sempre la stessa, da salire e scendere tutti i giorni, dalle 9 alle 18, orario continuato. La forza di gravità la fa da padrona, per questo amiamo le scarpe.
Marco si ricordò delle dune, in Marocco. Continua

ore 8,30, da Carapace by antonio massara

Doveva stare attento a quello che diceva. 
Di prima mattina era capace di inventarsi delle storie pazzesche per giustificare di essere in ritardo, di avere i blu jeans sdruciti, la camicia fuori posto o il capello trasandato. O la giacca blu e la cravatta regimental se si trattava di un lavoro da carpentiere. 

Aveva sentito il Sig. Carapace al telefono il pomeriggio precedente. Cercava qualcuno che gli desse una mano con l’impianto audio del negozio, e lui aveva capito subito che c’era di mezzo una massa inestricabile di fili collegati a strane scatolette comprate e installate negli ultimi dieci anni, a più riprese, qui e là, agli angoli del punto vendita. Per questo non aveva con sè nessuna borsa degli attrezzi: doveva prima guardare. Altra giustificazione.

Punto vendita, così lo aveva chiamato Carapace. Come se non fosse il suo negozio, o come se fosse uno dei suoi tanti. Forse s’immaginava che ne avrebbe avuti altri, di lì a qualche anno. Ma era difficile, visto che era un negozio “Tutto ad un euro”. Forse Carapace era come lui, s’inventava le cose. 

Come con Silvia. L’aveva guardata e si era inventato una storia “Pizza e ammore”, da culi in aria insomma. 
Sorrise.
Chissà, forse l’avrebbe raccontata a Carapace, così, tanto per divagare un pò.

 

An "Unimage print" work in progress. by antonio massara

The first step in the Unimage print job, as for the statement of D&B Sadip process is the scanning.
Here is the image on screen of the scanned film:

sadip file 1.jpg

 

The second step of the process is the application of a global variation on the image, using at least two of the Photoshop Tools, without any areas selection. Here is the example of this step on the  same image.


The big job is on the third step: Dodging and burning on the third layer using only the brush on multiple image areas. In thi case I worked on the layer for 4 hours in three days. The result is here.

The file has the dimension of the final print: 73 cm x 47 cm @ 300 dpi, 204 Mb of .psd file. 

Once I have registered and closed the file, all the brush job inside the layer is in the image and the process is lost: nobody can remake it. If I want to make another print of this creation I have to work on the scan as it was the first time. The result will be different, as for time is passing and my visualization of the original shooting changed.